Speriamo che … “andrà tutto bene”

La scorrettezza del tempo verbale nel titolo di questo articolo è voluta e sintomatica.

Sintomatica non solo per i 36.616 casi di infetti da Covid-19 in Italia fino ad ora, ma per l’atteggiamento che affetta gli italiani da molto prima della pandemia.

“La paura che viene dall’Oriente” nasce nel dicembre 2019 nella provincia di Hubei, in Cina, e si propaga in tutto il pianeta esponenzialmente, fino ai 40 milioni e 114.293 casi positivi, senza dimenticare nessuno, dall’inizio dell’emergenza sanitaria mondiale fino a questo giorno, 20 Ottobre 2020.

Ogni nazione si diversifica dalle altre per le forme di governo, per gli aspetti socio-culturali, per la tipologia di approccio alla Sanità, per densità di popolazione e, soprattutto, per la capacità di gestione degli eventi.

Ne scelgo una. Quella dove vivo da 32 anni. E che ci faccio? Scrivo, osservo, fotografo, penso, disegno, ascolto, ripenso, respiro e, se mi viene, starnutisco.

I segnali del flagello imminente erano forti ad inizio anno 2020, ma più incisiva l’ignorante “speriamo che io me la cavo”; così i due mesi di lockdown, Marzo e Aprile, non sono stati sufficienti a risolvere il problema della nostra cara Italia ovvero i suoi abitanti, coloro che possiedono la cittadinanza avendone i conseguenti diritti e doveri, alias cittadini. 

Trattiamolo a dovere questo senso civico. Ed etico. E pratico.

Durante la chiusura, mi sono illusa, insieme al mio compagno Paolo Federighi, che questa limitazione degli spazi e quindi dei contatti, avrebbe aperto la mente e, perché no?, avrebbe dato modo di soffermarsi a ragionare e valutare. La consideravamo una grande possibilità per tutte le persone.

Il termine persōna, derivato dal latino e probabilmente di origine etrusca ȹersuna, significava personaggio mascherato, che a sua volta potrebbe essere adattamento dal greco πƿóσɷπoν (prósōpon), il volto dell’individuo. Un altro filo etimologico conduce al verbo latino personare (parlare attraverso), così come gli attori del Teatro classico parlavano attraverso la lignea maschera che indossavano in scena.

Le maschere quindi, oggi, ieri e nell’antichità, si trovano sulle facce della gente; la differenza sta nel fatto che ora sono obbligatorie per decreto governativo.

Maschere chirurgiche, lavabili, personalizzate, maschere grottesche portate al collo, sotto il naso, al polso.

Durante il lockdown sono stati abbattuti traffico ed inquinamento, la vegetazione ha respirato senza fatica, gli animali selvatici sono usciti allo scoperto, si sono rimpossessati degli spazi cementificati, delle piazze vuote, dei parchi deserti, dei centri storici; gli stessi luoghi che noi, in tempi non sospetti né infetti, neanche contemplavamo più. Gli umani, in certi casi, hanno goduto dei momenti intimi con loro stessi e con i familiari, riscoprendo la vita senza orari, senza stress, senza doveri se non quelli primari o disposti dal premier.

Affetti emotivi o affetti da Coronavirus.

Abbiamo potuto leggere, guardare film, cucinare e nutrirci degnamente, dedicarci ad altro dal solito (che poi mi chiedo quale sia il solito solito), sistemare gli arretrati sia in casa che con noi stessi. Tutto questo, consapevoli che il sistema economico e quello sanitario già vacillassero (prima come adesso), fin qui niente di nuovo. Vero?

Eppure molti, stremati da troppa libertà di pensiero, da troppa possibilità di riscoprire la propria natura, avevano speranza di riscatto grazie ad una imminente riapertura.

Ed eccola a Maggio: primavera e rinascita.

Rinascita di baci e abbracci, degli aperitivi, delle sfilate in centro, dello shopping e delle cene fuori. Rinascita delle maschere indelebili: vizio e falsità, egoismo e superficialità, sorrisi e menzogna; dietro o in prossimità di quelle chirurgiche o vanitosamente artefatte.

Tutti al mare in costume senza mascherina – tanto gli ombrelloni son distanziati e il posto in spiaggia libera si prenota!

Nei luoghi chiusi si indossa la mascherina, possibilmente legata al braccio o abbassata sotto il mento a guisa di foulard.

Dopo due mesi di chiusura con post sui social network e striscioni ai balconi riportanti la frase andrà tutto bene – anche sui cartelli elettronici delle stazioni meteo -, la voglia di riversare per le strade le proprie frustrazioni è pressappoco comprensibile.

Dimenticare i motivi della costrizione, per le stesse persone che pubblicavano e condividevano e profilavano lo slogan io resto a casa, no non è comprensibile.

Dimenticare i morti: i familiari tagliati fuori, a vedere i soldati trasportare le vittime sui mezzi militari come fossero caduti di guerra. Ancora ci chiediamo se quei corpi abbiano ricevuto sepoltura, cremazione o cos’altro. Negli ultimi 20 anni i vari Governi avevano già tagliato i fondi per la Sanità e non investito abbastanza, magari per solcare, come Roberto Formigoni, i fondali marini a bordo di uno yacht; ovviamente prima di toccare il fondo della galera. E non quella dei pirati dei 7 mari!

Dimenticare che il lavoro agile, o smart working che dir si voglia, è già un sistema consolidato e in uso nei Paesi del Nord Europa, negli Stati Uniti, in Giappone, nelle metropoli del Brasile. E’ chiaro che le ore dedite al lavoro non sono realmente quelle di presenza in loco, bensì ore spese (e non guadagnate in salute psicofisica) in spostamenti, nella stiratura di divise, camici e camicie; nelle code interminabili del traffico cittadino, a rischio tamponamenti; ora tramutate in code per farsi tamponare. N.B.: Ricordiamo la possibilità di essere negativi, ma di poter contrarre il Covid in fila incapaci di mantenere le distanze o il naso coperto.

Dimenticare che i numeri di per sé sono importanti, sebbene vadano necessariamente decifrate le proporzioni e le percentuali:

casi di positivi : (stanno ai) tamponi effettuati = (così come) il terrore : (sta alla) informazione.

Andiamo avanti con la Storia, tornare indietro non si può.

A Luglio ed Agosto l’oblio permaneva, l’abbronzatura aumentava nonostante la poca chiarezza delle normative da rispettare e le modalità di protocollo. Sembra che l’Italiano politico sia sempre soggetto ad interpretazione. La caratteristica fondamentale di questo linguaggio è l’oscurità da mantenere nei contenuti; Italo Calvino la definiva un’antilingua, che con la sua esibizione di parole misteriose – e un po’ misteriche – incute nel cittadino il “terrore semantico”.

Eppure la nostra lingua è straripante di termini e locuzioni talmente nette e precise da dover solo prestare attenzione per scegliere le parole giuste.

Possibile che sia necessario un decreto per stabilire che chiudere alle ore 24.00 i locali significhi terminare l’attività e la somministrazione senza riaprire un quarto d’ora dopo? Di chi è la colpa? Del pastore a cui sono scappate le pecore?

L’ approssimatezza di gestione dell’emergenza ci ha accompagnato fin da subito, più precisamente da quando il premier Giuseppe Conte il 27 Gennaio 2020, durante l’intervista di Lilli Gruber nel programma che conduce in televisione, per rispondere alla strategia da seguire in caso l’Italia fosse colpita dopo la Cina dal Covid-19 rispose: “siamo prontissimi, continuiamo costantemente ad aggiornarci con il Ministro Speranza, abbiamo adottato tutti i protocolli di prevenzione possibili e immaginabili”.

Ma veramente?

Come riuscire a mentire ed omettere la realtà sullo Stato generale, rimane una prerogativa della politica e del suo linguaggio pubblicitario. E continua nel susseguirsi dei giorni; 22 Ottobre, attraverso la dichiarazione alla Camera dei Deputati con una RIPETITIVITA’ assoluta. Ho perso il conto di quante volte abbia pronunciato strategia, contenuta, ratio, pronti, efficacia, terapia intensiva e subintensiva, economia, acuti, miliardi, proporzionalità.

Voglio riportare delle espressioni e dopo considerarle, sebbene disegnino molto bene la costante criticità, per citare il Presidente del Consiglio Conte, anche dal punto di vista lessicale.

Concedetemi di riportare in ordine sparso ciò che sembra sperso:

– l’Italia è stato definito il Paese più prudente…

– all’inizio della pandemia ci siamo scoperti privi di attrezzature sufficienti per la terapia intensiva e subintensiva, privi di mascherine…

– oggi siamo più pronti.

– nei mesi più acuti non abbiamo mai abbassato la guardia.

– non eravamo in grado di fare test, controlli su larga scala.

– la nostra economia sta dimostrando resilienza.

– bilanciamento tra i diritti e i caratteri fondamentali della salute, in equilibrio…

– siamo ancora, siamo già pronti…

– siamo consapevoli che abbiamo alcune, anzi, diverse criticità…

– abbiamo distribuito più di un miliardo, pensate: li abbiamo contati, fra mascherine,  guanti, camici, tute, ventilatori, maschere per l’ossigeno…

– agendo con misure, come sempre, nel segno dell’adeguatezza e della    proporzionalità.

– leali collaborazioni con le Regioni

– il Governo c’è ma ognuno deve fare la sua parte.

– il nemico circola tra noi, dobbiamo essere vigili, prudenti, pronti.

– omogeneità e coerenza…

– uno dei pochi Paesi al mondo…

– erigere i pilastri fondamentali per la possibilità di crescita.

Ecco. Mi chiedo dove siano strategia ed efficacia di azione.

I pilastri fondamentali mi trasmettono solidità, per dare il senso del divenire, userei altre figure retoriche; non certamente l’ossimoro. Professore, è certamente stanco e provato, non perda lo spirito… di contraddittorietà!

Abbiamo bisogno di diversificarci dalle altre Nazioni quando la pandemia è, per definizione, mondiale? O, come spesso succede negli spot pubblicitari, il messaggio è: – a te, consumatore o cittadino, la “scelta” di essere privilegiato dai nostri prodotti, ti renderai unico e al contempo tutti approvano -.

Eleggo lo stato di emergenza nel profondo di ogni individuo.

Quindi, un mea culpa: in questi mesi mi sono abbassata la mascherina quando non riuscivo a respirare; l’ho tolta appena uscita dai luoghi chiusi quando i decreti lo permettevano; non l’ho portata affatto, neanche recentemente, a distanza da tutti, a centinaia di metri dagli altri esseri umani che non fossero mio figlio e il mio Compagno, mentre fotografavo in bianco e nero il sole annegare nel mare. Un mare di tramonti. Una tela di nuvole.

Sono stata da vicini e familiari senza mascherina: confesso. Sostenevo che coloro che riteniamo vicini a noi, lo siano per tutto, in ascolto condiviso e sincera espressione.

Ma l’espressione che poi trovo sulle maschere, dietro la maschera, è un ghigno ipocrita. Così come il virus con la corona, anche la Natura umana è mutevole.

Mutevoli le condizioni. Gli obiettivi.

Possibile che Etica e buon senso debbano essere sostituiti da ridicole minacce?

“diamo una settimana di tempo per sistemare palestre e piscine, altrimenti saremo costretti ad una seconda chiusura totale”.

Possibile che si attui il protocollo per paura di una multa, quando prima ce ne siamo altamente fregati? Non era diverso durante la prima fase, vi ricordate le autocertificazioni per varcare il Comune? Altrimenti multa!

Possibile che la cittadinanza sia un diritto ma che il più delle volte non venga esercitata nella pratica, nelle azioni, nel senso aristotelico dello ȥῷoν πoλιτικόν (zôon politikòn)?

Costa così tanto mettere in atto l’intelligenza applicata?  Applichiamoci.

Esiste una soluzione finale?

Un vaccino premesso e promesso, ricercatori alla conquista di un codice genetico da isolare e diffondere. Ma se il virus è in continuo cambiamento, prima di porre un termine stabilito alla ricerca, esigo un comportamento sinonimo di onestà, probità, responsabilità, rettitudine, scrupolosità, accuratezza, meticolosità, diligenza, coscienziosità, cura.

Per citare l’infettivologo Massimo Galli, responsabile dell’ospedale Sacco di Milano: – prima i dati e poi le date – . E’ chiaro, semplice, lineare. Il popolo ha bisogno di non cadere nel panico, di credere che tutto si risolverà rapidamente, di riuscire al più presto a uscire di casa, di non avere più paura, di credere alla speranza. Ironia della sorte che, durante l’attuale legislazione, il Ministro della Sanità, si chiami Roberto Speranza? Il Ministro della Speranza.

Il vaccino, le terapie intensive e subintensive, i posti letto, i ventilatori, le mascherine, i guanti, i camici, i reagenti… etc…etc… i reagenti sono di carne, ossa, cuore; sono i medici, gli infermieri, i tecnici di laboratorio, i paramedici, i volontari e tutti coloro che in prima linea AGISCONO. I doppi turni, lo stress psicofisico, il dolore che infetta le vie respiratorie della vita. Sono stati eroi ad inizio epidemia, resistono in silenzio con coraggio e determinazione. Mentre gli altri, sono a bocca aperta, col bicchiere in mano per le vie del centro.

La critica al senso critico durante la crisi. Ma anche all’infuori del periodo. E internamente. Porsi in relazione e conoscersi al contempo. Darsi gli strumenti per capire, ragionare, sbagliare, correggere, inventare ed inventarsi, comprendere la Cultura, l’Arte, la Bellezza in ogni sua forma e linguaggio. Questa è la responsabilità di essere. Umano.

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