Suggerimenti per poter sopravvivere in tempi di carestia e di pestilenza

(sulla scorta dell’antica proposta di Swift)

Sappiamo tutti, cari lettori, quanto soffrano il nostro corpo e la nostra mente in condizioni di carestia e di pestilenza. Dal marzo 2020, con la sola inesplicabile e beota interruzione estiva – per la quale adesso, nell’ottobre 2020, stiamo pagando le conseguenze e l’oblio -, siamo costretti ad attenerci a regole piuttosto rigide per evitare il diffondersi del contagio da Coronavirus (Covid 19). Abbiamo vissuto, dall’inizio dello scorso mese di marzo e per circa 70 giorni, il lockdown (ennesima anglofonia per significare chiusura totale e generalizzata delle attività umane), periodo in cui sono rimaste aperte le attività produttive e di vendita necessarie per la nostra sopravvivenza, come supermercati, alimentari, forni, i cui prodotti sono stati spesso consumati dopo esserci stati consegnati a domicilio. Tutto questo, tuttavia, ha causato un forte spreco di energie e di denaro, indebitamenti e sempre maggiore povertà tra la popolazione: non lavoro o lavoro e guadagno meno ma sono costretto comunque a pagare per alimentarmi; le catene di supermercati restano economicamente in piedi, sì, ma i loro dipendenti sono sottoposti al rischio costante di contagio e ad uno stress psicofisico notevole; chi ha delle attività, come ad esempio nel campo della ristorazione (bar, ristoranti, pizzerie, ecc.), ha perso soldi e difficilmente ha potuto pagare i dipendenti; anzi, in tali attività vi sono stati tagli importanti del personale dipendente, sia in quantità che in stipendi. Mentre non ci siamo accorti di aver ricevuto benefici incalcolabili da tale chiusura generalizzata – come il silenzio, la possibilità di concentrarsi su attività lasciato in sospeso o dimenticate per anni, la manna dal cielo di non vedere in giro copiose quantità di animali umani ma di vedere, in cambio, animali non umani in luoghi prima insoliti per loro, la riduzione dell’inquinamento provocati dai miei simili e altri ancora -, e visto che dopo aver appreso, da millenni e fino a secoli fa, a sopravvivere servendoci unicamente dei doni della natura, abbiamo voluto disimparare a farlo creando una diabolica catena economica basata sul denaro, sul paradosso e sull’ingiustizia, e non potendo annullare del tutto questa costruzione economica umana, non ci resta che escogitare soluzioni che a molti potranno apparire estreme ma che, in verità, sono semplicemente suggerite dal buon senso.

Innanzitutto, è ormai necessario regredire dal modello economico in auge ormai da qualche secolo, al fine di affrancarci dalla costrizione di dover produrre (e non necessariamente per tutti, quanto piuttosto, spesso, solo per qualcuno) per avere diritto al denaro sufficiente o appena bastante per sopravvivere.

Ripeto: affrancarci dalla costrizione di dover produrre per ottenere il diritto non di vivere, ma di sopravvivere.

Come ottenere questa progredente regressione?

Sarà una regressione lunga da compiere, ma è importante iniziare.

Ed è preciso iniziare con un’azione tesa a far cadere e a distruggere ogni forma di attività a fini di lucro di certe oligarchie o ristretti gruppi di potere. Ad esempio: le banche, la grande imprenditoria, l’élite politica locale, nazionale, mondiale.

I campi incolti e abbandonati, in questa nostra Italia e nel mondo, costituiscono spazi infiniti, continuamente rinnovabili e produttivi se non già coperti dal cemento. Opportuno è occupare liberamente i campi dismessi, senza rivolgersi ad alcun potere per accedervi, per farli tornare produttivi e fornitori di cibo ed alimenti sani e naturali. Altrettanto opportuno è eliminare chiunque partecipi a questa attività sovversiva cercando di stare con i piedi in due staffe o spiando per riportare a. Eliminare, intendo, anche fisicamente, ché il mondo non ha bisogno di questa marmaglia. Eliminare inoltre: chi partecipa ma ha paura, chi partecipa con l’obiettivo più o meno evidente o recondito di stabilire una nuova forma di potere (la propria) per controllare gli altri. Non dobbiamo mai scordarci che la natura umana tende a voler esercitare il dominio sui propri simili, tende a voler tutto per sé senza dividerlo con altri, tende all’agonismo inutile della vacua battaglia per la supremazia anche simbolica nei confronti dei propri simili (es., pisciare per delimitare la proprietà). Ecco: osservare chi e fino a dove estenda il concetto di proprietà nella situazione ipotizzata e necessaria.

Un’azione simile è da compiersi obbligatoriamente, visto che con il tempo può portare all’assoluta libertà per ognuno di mettere in atto e realizzare le ambizioni relative alle proprie attitudini, ai propri talenti e alle proprie volontà in qualsivoglia campo della conoscenza e del sapere umani.       

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