Dalle penne d’uccello alla Biro

Ah, la penna Bic! O Biro, come viene anche chiamata! Che invenzione! Scommetto che tutti voi ne avete una, di qualsiasi colore essa sia, nell’astuccio scolastico. Anche i vostri genitori ce l’hanno avuta, la mitica Bic. Ma i vostri nonni? Se sono molto giovani, ossia se hanno una sessantina d’anni, ce l’hanno avuta anche loro a scuola. Se hanno qualche anno in più, la Bic non ce l’avevano. E come scrivevano? E prima dei vostri nonni? E i nonni dei vostri nonni? E secoli e millenni fa, come scrivevano le persone? Insomma, che ne dite di venire a scoprire con me tutto il cammino che noi umani abbiamo fatto per scrivere, a partire da secoli e secoli fa fino alla Bic e alle penne d’oggi? Chi vuol venire venga, io parto!

Dalle pietre appuntite alle penne di uccello

Nell’epoca primitiva, le parole come esistono oggi nelle svariate lingue di questo mondo non esistevano. Per capirsi, si usava il corpo per mimare ciò che si intendeva comunicare oppure si disegnava. Spesso i disegni venivano fatti sulle pareti delle caverne, o sulle pietre. E per realizzare le figure sulla pietra, spesso si usava Fin dall’antichità per scrivere sono stati utilizzati strumenti appuntiti, adatti a stendere l’inchiostro su papiri e pergamene. All’inizio si trattò di steli di piante o, per incidere le tavolette di cera, di stili metallici; poi, dopo l’avvento della carta, fu la volta delle penne di uccello, in seguito sostituite dai pennini, dalle penne stilografiche in metallo, e infine dalle penne a sfera.

Steli di piante e penne d’uccello

La penna è uno strumento che permette di scrivere depositando inchiostro sulla carta. Per molto tempo, a questo scopo, erano adoperate proprio le penne di alcuni uccelli, perché la loro punta è abbastanza aguzza per lasciare sulla carta una linea sottile, tanto che oggi si usa ancora la parola penna per designare gli strumenti per scrivere a mano.

Già gli antichi Egizi si servivano di steli di pianta per scrivere sul papiro, usandoli in pratica come pennelli. I Greci e i Romani adoperavano invece stili di metallo per incidere tavolette coperte di cera, o steli di piante per stendere gli inchiostri vegetali sui papiri e le pergamene. Fu probabilmente tra il 5° e il 6° secolo d.C. che entrarono in uso le penne di uccello. Per la particolare consistenza e resistenza, a partire dal Medioevo, si preferirono le penne d’oca, che rimasero il più diffuso strumento di scrittura fino all’Ottocento. La punta della penna – che doveva essere frequentemente temperata per mantenere l’estremità appuntita – andava immersa in una boccetta contenente inchiostro, il calamaio (dal latino calamus «canna», «stelo»).

La penna d’oca va in pensione

Nell’Ottocento comparvero i pennini in metallo, ma i primi esemplari erano troppo rigidi per essere utilizzati. La soluzione arrivò con un brevetto, ottenuto nel 1830 dall’inglese James Perry, che con opportuni tagli e forature riuscì a dar loro la necessaria elasticità. I pennini d’acciaio erano montati su canne di legno o d’avorio ed erano adoperati come le penne d’oca, il cui uso scomparve gradualmente. Infatti i pennini avevano il vantaggio di far aderire una maggiore quantità di inchiostro. Tuttavia questo comportava un inconveniente: spostando il pennino dal calamaio al foglio cadevano frequentemente gocce d’inchiostro. Si pensò quindi di montare il pennino su un cilindretto cavo all’interno, da riempire di inchiostro. Nacque così l’idea della penna stilografica, i cui primi brevetti risalgono al 1809, concessi in Europa a F.B. Folsch e negli Stati Uniti a Peregrin Williamson, un inventore di Baltimora.

Diversi tentativi di inserire un serbatoio in una penna furono brevettati e commercializzati durante il 19° secolo, ma le penne ottenute perdevano spesso l’inchiostro, cosa che le rendeva poco pratiche.

Una soluzione fu trovata dall’assicuratore statunitense Lewis Waterman. La sua idea vincente per evitare perdite, brevettata nel 1884, fu di aggiungere un foro sulla punta della penna, per far entrare aria. All’inizio del 20° secolo si diffuse un sistema basato su un serbatoio in gomma: al momento della ricarica bastava immergere la punta in una boccetta di inchiostro tenendo schiacciato il serbatoio per poi allentare la pressione perché esso si riempisse. Il successo delle stilografiche fu immediato, per la facilità di uso e la maggiore fluidità e velocità di scrittura.

In seguito, dopo la Prima guerra mondiale, la plastica sostituì il metallo come materia prima per produrre le penne, permettendo una notevole diminuzione dei costi e favorendo l’enorme diffusione di questi strumenti di scrittura. Infine, si diffusero le penne dotate di cartucce di inchiostro sostituibili, eliminando il problema della ricarica manuale.

La penna a sfera

L’ultima, e oggi più diffusa, versione della penna per scrivere fu inventata da un giornalista ungherese, László Biró, nel 1938. Biró decise di usare lo stesso tipo di inchiostro adoperato per stampare i quotidiani, un inchiostro molto più denso di quello delle stilografiche e in grado di asciugare molto rapidamente. Per servirsene, però, aveva bisogno di una punta di tipo nuovo: all’estremità della sua penna Biró mise una piccola sfera libera di ruotare. Mentre la sfera scorre sulla carta, raccoglie inchiostro dalla cartuccia posta all’interno della penna e la sparge sul foglio. La penna a sfera, conosciuta in tutto il mondo anche con il nome del suo inventore, biro, è rapidamente diventata lo strumento di scrittura più diffuso per il suo basso costo e la sua praticità.

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