ADOLFO BIOY CASARES

Per questo primo numero, abbiamo scelto un autore argentino scomparso non molti anni fa e maestro dell’umorismo e della narrazione breve, ma eccellente anche nel romanzo, genere questo mai praticato dal suo amico Jorge Luis Borges, il quale definì L’invenzione di Morel “il romanzo perfetto”.

Uno scrittore di caratura mondiale che, purtroppo, non è conosciuto come meriterebbe fuori dalla sua patria: Adolfo Bioy Casares.

 ADOLFO BIOY CASARES : LA COSCIENZA DELLA CORNICE

Che succederebbe se uno, per capire la natura di alcuni fatti incomprensibili accadutigli anni prima, cercasse di ricrearli seguendo le stesse strutture…?

Cortàzar voleva essere Bioy Casares, e confessa la propria stima verso di lui nel racconto “Diario para un cuento” (Diario per un racconto), nel libro “Deshoras”.

Lo cita anche, con ammirazione, ne “Il giro del giorno in ottanta mondi” (Tomo I).

Grande amico di Borges, con il quale scrisse vari libri (“Racconti di H.Bustos Domecq”, “Sei problemi per don Isidro Parodi”, “Antologia del racconto fantastico”, eccetera), ed al quale dedicò il suo primo romanzo, “L’invenzione di Morel”, Bioy inizia di fatto la sua carriera letteraria con questo libro a 26 anni, nel 1940. 

Ne “L’invenzione di Morel” (1940), nel cui prologo Borges giudica opera “perfetta”, Bioy postula la possibilità (o meglio, l’eventualità o, ancor meglio, il sogno) che si possa catturare la nostra propria immagine eternamente, rendendo la nostra presenza fissa nell’aria e donandoci l’anelata immortalità che tutti cerchiamo.

Il desiderio d’immortalità, però, deve necessariamente provocare qualche conseguenza al momento di essere avverato.

E’ inevitabile.

In questo caso, paradossalmente (e logicamente) ciò che si perde per raggiungere l’immortalità è esattamente la vita stessa.

Vale a dire: morire per essere immortale.

E’ chiaro, già dal suo primo romanzo, come Bioy si mostri cosciente del fatto che l’oggetto della sua poetica non sia l’opera letteraria stessa, ma piuttosto come questa sia manifestazione della letteralità, ossia la proprietà, astratta, del fatto letterario.

La struttura narrativa de “L’invenzione di Morel” è basata sul fantastico e sul meraviglioso, con il classico umorismo di Bioy mescolato ad una grande maestria nello sviluppo della suspence.

Questa sarà, precisamente, la cifra stilistica di tutta l’opera dello scrittore argentino, come si potrà osservare nei romanzi successivi

“Dormire al sole”, “Il sogno degli eroi”, “Piano d’evasione”.

E questa sarà la cifra stilistica anche dei suoi racconti, delle sue “Storie d’amore”, “Storie fantastiche” e de “La trama celeste” (dove, così come nei racconti di Isidro Parodi scritti con Borges, si nota l’influenza di Louis Auguste Blanqui).

Nel mondo di Bioy il quotidiano assume un’essenza fantastica, l’assurdo e il paradossale si fondono in ogni dettaglio, e la nota strana che risulta è la dimensione della realtà che Bioy spiega e narra come la compresenza di molte dimensioni in una.

Il sogno e l’onirico sono nella realtà.

Cambiare il corso naturale delle cose significa porre un punto definitivo alla vita, bloccare il flusso continuo e costante.

E questo è il tema, l’essenza de “Il sogno degli eroi”, fra le cui linee si muove il protagonista Emilio Gauna, “in cerca del tempo perduto” o, più precisamente, in cerca di una retroazione temporale che lo conduca alla scoperta di una verità che si trova nel passato e che gli era sfuggita alla prima analisi.

Che succederebbe se uno, per capire la natura di alcuni fatti incomprensibili accadutigli anni prima, cercasse di ricrearli seguendo le stesse strutture, ossia con le stesse persone, negli stessi luoghi,

cercando di compiere gli stessi movimenti e azioni, negli stessi momenti del giorno?

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