Perché giochiamo?

Breve introduzione allo spirito di gioco.

Domanda frequente, non solo prerogativa dei bambini.

Il gioco accompagna da sempre la vita degli uomini nonché degli animali. Di natura educativa o come passatempo, di scoperta e di aggregazione.

Un gioco individuale, un gioco collettivo, un gioco da tavola, un gioco di parole, un gioco sessuale, un gioco d’azzardo.

Scopriamone insieme storia e significato.

L’infinità dei giochi esistenti non nasce solamente per diffondere il piacere dell’allegria, per svagarsi e per non farsi cogliere dalla noia.

Presumiamo la vita di un individuo di età imprecisata, impegnata per la maggior parte del tempo in attività a questi non congeniali, ovvero obblighi e doveri. La scuola per molti studenti o il lavoro nella maggior parte dei casi, non soddisfa né gratifica l’animo delle persone. Perché?

Voglio partire da questa domanda per sviscerare la questione di necessità ludica.

Il bisogno di ridere nasce con noi, in noi, spontaneamente. I neonati già usano la risata, prima ancor delle parole, per esprimersi e da grandi la risata diventa necessaria per stare bene o un modo per far parte della società, dei ritrovi nelle pause caffè o nei capannelli dei genitori all’uscita della scuola. Il divertimento, che dovrebbe essere originale per ciascun individuo, si tramuta in un codice sociale. Ma questo avviene con la crescita, quindi andiamo in ordine cronologico toccando tutte le forme e le informazioni sul gioco.

Per i bebè c’è la scoperta, la curiosità che fin dalla nascita ci spinge a toccare, annusare, assaggiare ciò che ci circonda: quindi ogni stimolo sensoriale, come un tintinnio o un colore acceso, ci attirano per constatarne l’esistenza. Punto. Ci dedichiamo, inconsapevolmente, a prendere atto che un oggetto misterioso esista sul nostro cammino.

Crescendo, ai bambini vengono proposti giochi consoni al loro sviluppo logico, intellettivo, associativo, comunicativo, espressivo e tutto ciò che col suffisso -ivo vi venga in mente. Ma i bambini non sempre partecipano con interesse alle proposte di genitori e pedagoghi per il semplice fatto che ancora non fanno parte del sistema. In tenera età, non codifichiamo i messaggi pubblicitari né tantomeno le azioni di convenienza, semplicemente ci si dirige verso ciò che ci attrae e ci incuriosisce, fosse questo una foglia o un libro musicale. Il tempo è ancora un concetto molto relativo, ed il momento è vissuto e goduto in totalità.

Avanzando con l’età, con la prescolarizzazione e quindi anche con l’acquisizione del linguaggio, i giochi investono un ruolo di insegnamento e di sviluppo delle virtù motorie e psichiche.

Nel mondo animale il gioco dei cuccioli è propedeutico allo sviluppo motorio e per assumere competenze di caccia e di lotta, per socializzare e raffrontarsi con gli altri simili, per rafforzare la coesione di un branco, per affinare l’istinto e l’abilità di risolvere situazioni impreviste, per moderare il proprio carattere e accrescere l’intelligenza.

Per gli esseri umani funziona allo stesso modo. L’attività ludica può essere applicata a qualsiasi pratica ed indirizzo, da creare il gioco della buonanotte per mettere il pigiamino e far lavare i denti a nostro figlio ad allietarsi e stimolare il cervello con giochi matematici o di parole, come il sudoku o i cruciverba.

Esistono quindi giochi che arricchiscono le facoltà cerebrali e giochi divertenti che allietano le giornate, giochi che ci insegnano nozioni nuove e giochi che accentuano la strategia. Ci sono poi giochi diversi, quelli inutili e dannosi, che nascono per vincere denaro, quelli che colpiscono la disperazione delle persone e che azzardano una frivola speranza di risoluzione dell’esistenza superficiale ma che in realtà contribuiscono a foraggiare la fortuna di un sistema economico illusorio: sto parlando di casinò, slot machine, gratta e vinci, lotterie, scommesse.

Con la realtà, ormai irreversibile, di un’era tecnologica, l’entità dei giochi ha mutato forma e contesto: a carte si gioca online, le battaglie tra soldatini son divenute videogames di guerre simulate, lo sport si pratica virtualmente, i vestiti delle bambole che cuciva la nonna si acquistano coi crediti in una dimensione che scimmiotta il quotidiano ma che in esso vede muoversi le stesse Barbie che camminano per strada, poco vestite, truccate, pettinate, in pose monoespressive e in attesa del Ken di turno sulla macchina decappottabile.

Non voglio sostenere che tutti i giochi moderni e tecnologici siano dannosi, ma voglio analizzare quanto lo stile e gli obiettivi di vita abbiano modificato la voglia ed il modo di giocare.

Un passo nel passato: i giocattolai son sempre esistiti come artigiani, fautori di pezzi unici che come Pinocchio possedevano una storia e quasi prendevano vita. Giochi di legno, di pezza, di carta esprimevano la creatività ed una certa magia nella costruzione di tali oggetti; artisti ed inventori hanno realizzato meccanismi precursori dei giocattoli moderni. Come non pensare all’automa del leone di Leonardo, che nel XV secolo si muoveva solo tramite gli ingranaggi o all’invenzione del carillon da parte degli orologiai svizzeri nel XVII secolo, un intrattenimento grazie al quale gli ascoltatori hanno sospirato e sognato.

Facciamo un salto ora, nel passato: tanti dei giochi intramontabili che i bambini, e non solo, ancora adorano, risalgono agli antichi Greci, ai Romani, agli Egizi. Altri ancora non hanno una documentazione storica ma sono stati tramandati da una generazione all’altra così come le fiabe popolari, le favole, le filastrocche che sviluppavano, in tempi di forte analfabetismo, capacità mnemotecniche e che tutt’oggi accompagnano la conta e il Girotondo dei bambini.

Contestualizzare è necessario per conoscere e percepire il senso, le cause e gli effetti. Imparando questo, potremo iniziare a valutare le conseguenze delle nostre azioni; la Storia insegna se siamo curiosi, se ci avvaliamo della critica intesa come esperienza, analisi e comprensione, sia essa tanto logica quanto emotiva.

I ragazzini, fino a non tanto tempo fa, giocavano per strada per le condizioni sociali: i genitori lavoravano e non avevano tempo di giocare alla Playstation coi figli, ed ecco che le vie e le piazze (indubbiamente più sicure di oggi) si popolavano di schiamazzi e fantasia, tanta fantasia, poiché i mezzi erano pressocché nulli. Bastavano qualche biglia, un gessetto per disegnare una campana, saper contare (e magari anche impararlo dai bambini più grandi) per giocare a nascondino, un fazzoletto per rubabandiera o mosca cieca, una corda per il tiro alla fune o per saltarla. Il salto della corda, nato come gioco, è oggi utilizzato per la preparazione atletica di boxe, basket e altri sport, un buon allenamento quindi anche per i piccoli di un tempo.

Anche arrampicarsi sugli alberi e correre nei prati ha sempre giovato allo spirito oltre che al fisico. L’avventura ludica di una caccia al tesoro dovrebbe essere il gymnasium della vita, saper leggere e decifrare una mappa, sapersi orientare, avere l’ardire di affrontare i pericoli, collaborare coi compagni e soprattutto avere chiaro l’obiettivo: la voglia di conoscere, la curiosità di sapere, di scoprire se stessi e i mondi che ci attraversano, armati di determinazione, audacia, coraggio e improvvisazione.

Tornando al presente mi domando se le possibilità virtuali oggi proposte ed accolte dal grande pubblico, stimolino in egual misura gli organi principali che governano l’individuo, ossia cuore e cervello, o se davanti ad uno schermo riescano a farci digerire le pillole di un surrogato irreale che svena il portafogli, atrofizza le articolazioni (pollici esclusi), esilia il movimento muscolare, congela il fegato ed ingrossa il fondoschiena.

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