LETTURA CREATIVA

Prossimamente vi proporremo il nostro corso di scrittura creativa. Oggi condividiamo con voi un altro tipo di gioco, elastico e fantasioso. Dalla nostra libreria scegliamo dei volumi che apparentemente non hanno niente in comune; tuttavia siamo convinti che esista il Libro dei Libri e che tutte le narrazioni, i trattati, le considerazioni e le rispettive forme utilizzate, tornino ad esso. Ci facciamo chiamare dai manoscritti, accarezziamo la pancia delle pagine come fossero il nostro gattino ed apriamo: leggiamo il primo paragrafo che ci salta all’occhio e ne ascoltiamo la storia.

Ecco quella di oggi:

Colui che, ricordandosi di me nella sua ultima ora, abbandona il proprio corpo mortale e se ne va, quegli accede al mio essere; non vi è dubbio su questo punto. E, allo stesso modo, qualunque sia l’essere di cui si ricorda, allorché alla fine si abbandona il proprio corpo, sempre, o figlio di Kunti, è a lui che si va, trasformati in quello stesso essere. Pertanto, ricordati di me in ogni momento e combatti, con la mente e il giudizio fissati su di me. È a me che giungerai senza alcun dubbio.

Lo ricordo (io non ho il diritto di pronunciare questo verbo sacro, solo un uomo sulla terra ne ebbe il diritto e quell’uomo è morto) con un’oscura passiflora in mano, mentre la vede come nessuno l’ha vista, anche se l’avesse guardata dal crepuscolo del giorno fino a quello della notte, per tutta un’intera vita. Lo ricordo, la faccia taciturna e dai tratti indigeni, e singolarmente remota, dietro alla sigaretta. Ricordo (credo) le sue mani affilate da intrecciatore.

“E lei spera di trovare un giorno quello che cerca?” le domandai vivamente scosso. “Non può essere che viva in un paese lontano, o che forse non esista?” “Io non ne so nulla,” rispose con semplicità, “non posso che attendere. Se fosse separato da me nello spazio e nel tempo – ciò che non credo, altrimenti perché mai sarei qui, legata al ghetto? – o dall’abisso del non riconoscersi a vicenda, e dunque non lo trovassi: bene, la mia vita non avrebbe avuto alcuno scopo, sarebbe stata il gioco senza senso di un demonio imbecille. Ma per favore, la prego, non parliamo più di questo,” supplicò, “è una di quelle cose, che appena se ne parla, subito prende un senso non bello, un che di terreno, e non vorrei…” S’interruppe a un tratto.

“Giudizio indefettibile” disse ironicamente il figlio tornando a sedere davanti alla scrivania del questore. “E lei che ne pensa, che cosa sa?” gli domandò il questore. “Sulle ragioni per cui è stato ucciso, nulla; spero anzi, presto o tardi di apprenderle da lei… Per il resto…”. Raccontò della decisione del padre di tornare per ritrovare le lettere di Garibaldi e di Pirandello, del suo rammarico di non aver potuto accompagnarlo, della telefonata con cui il padre gli assicurava di aver viaggiato benissimo. Nient’altro.

Portano via la mia vita dentro a due piccole valigie di cartone, pensava. Portano via i miei libri, i miei pochi vestiti, i quaderni scritti in lingua angelica e le mie macchie di sangue. Le mie medicine, i disegni, e le lettere che mi sono scritto da solo. Il mio solo bicchiere scheggiato, il mio coltello senza filo. Non possono portare via l’aria dentro alla quale ho volato. Portano via il mio letto con i suoi incubi, le bestemmie, il pianto e il sollievo di qualche sogno.

Godofredo rimase solo, con le povere rovine della sua grande idea, umiliato, confuso, con un senso di nausea, le tempie che gli pulsavano e senza sapere cosa fare!

Durante un certo periodo, per cambiare la solita vita, si addentrò nella foresta, portando con sé del mais come cibo; vide straordinarie varietà di alberi e altre meraviglie della natura; ma siccome udiva molti e forti ruggiti di tigri, che gli sembravano molto vicini, dopo dieci giorni fu costretto a far ritorno alla sua capanna.

– Dottor Macklin – disse Barton, con una specie di tremito -, non posso cullarmi in una simile speranza. Non ho che una speranza a cui aggrapparmi, e cioè che un altro agente spirituale più potente di quello che mi tortura possa combatterlo e liberamente. Altrimenti sono perduto… Ora e per sempre perduto.

O ancora, il cielo, che inizia il corso delle cose, è «rotondo» e la terra, che la materializza, è «quadrata». (in termini tecnici e in un contesto divinatorio: la rotondità rimanda a quella degli steli di achillea che scivolano fra le dita e permettono di comprendere l’evoluzione invisibile (im-prevedibile); mentre il quadrato è quello della figura dell’esagramma il cui quadro definitivamente stabilito permette di identificare nella sua costanza il tipo di caso incontrato (cfr. Zhouyi, «Xici», A, II). Dei due stadi, è sicuramente il primo ad essere strategicamente determinante e quello che il trattato di diplomazia si sofferma a indagare: sempre pronti a volgersi in tutti i sensi, si è sensibili alla minima eventualità e, andando così di pari passo con l’inizio delle cose, si approfitterà fin dalla partenza, ed in tutta la sua portata, della loro minima possibilità.

Un mutamento analogo era già stato tracciato da Schelling nella Filosofia dell’arte per differenziare il genere tragico da quello comico. La necessità oggettiva in cui si compie il destino di colpa dell’eroe tragico passa, nella commedia, dal lato del soggetto. Ma l’assurdità di tale capovolgimento è subito evidente, poiché la necessità come destino è terribile quando è oggettiva, estranea al soggetto, fissa nell’ineludibilità di quanto è obiettivo: così la morte dell’eroe si rovescia ora nel piacere del riso.

Il presidente del Senato – non si capisce perché, se il Sant’Elia dice la perquisizione eseguita per mandato del giudice istruttore: forse voleva prender tempo sul piano ufficiale per informarsi intanto su quello ufficioso – manda copia della lettera al ministro dell’Interno e chiede di essere ragguagliato sui fatti.

PORTATORE  Non capisco.

GUIDA  È una cosa che non capisce nessuno.

PORTATORE  La strada nel deserto sarà ancora peggiore. Speriamo che i miei piedi resistano.

GUIDA  Solo oggi, nel primo giorno di viaggio, dovremo stare in guardia: nelle vicinanze del posto di tappa si trovano ogni specie di furfanti.

PORTATORE  E poi?

Tre giorni dopo il loro arrivo il tempo cambiò, e un mattino, al risveglio, videro che la neve si era sciolta, il vento soffiava da sud e il sole brillava nel cielo: sembrava proprio l’inizio della primavera. Dopo colazione Mr Tebrick portò la volpe in giardino, rimase con lei per un po’ e poi rientrò in casa a scrivere alcune lettere. Quando tornò fuori non la vide da nessuna parte, così cominciò a correre sconcertato per il giardino, chiamandola. Infine scorse un piccolo cumulo di terra fresca vicino al muro, in un angolo, e precipitandosi a vedere, scoprì un varco appena scavato che sembrava passare sotto il muro. Corse fuori, ma quando arrivò dall’altra parte non trovò nessun buco, così concluse che la volpe non era ancora uscita. Infilò la mano nel buco e riuscì a toccarle la coda, e udì chiaramente che scavava con le zampe. Allora la chiamò, dicendo: «Silvia, Silvia, perché fai così? Stai cercando di fuggire da me? Sono tuo marito, e se ti tengo rinchiusa è per proteggerti, perché tu non corra rischi. Mostrami come posso renderti felice e io lo farò, ma non cercare di fuggire. Ti amo, Silvia; è per questo che vuoi scappare da me e uscire nel mondo, dove sarai sempre in pericolo? Ci sono cani dappertutto, e se non fosse per me ti ucciderebbero. Vieni fuori, Silvia, vieni fuori».

«Non amo stare a casa d’altri» dissi. «Detesto alzarmi per la colazione delle nove, per mangiare cose che non mi vanno affatto. Non mi piace fare passeggiate, e le fisime altrui non mi interessano». «Amy ormai è una donna sola. Le faresti una gentilezza, e la faresti anche a me». Riflettei.

Domanda non del tutto disinteressata, quella di Crocetta. I pasti a casa Gazzolo, che già di solito erano abbondanti, quando c’erano ospiti diventavano luculliani. Sovente avanzava più d’una porzione delle prelibate vivande; in quel caso, ci pensava il personale a giustiziare ciò che i loro datori di stipendio avevano rimandato in cucina, senza troppi complimenti.

– Un piatto esotico, a quanto ne so -. Bartolomeo, già in corridoio, posò una mano sulla maniglia. – In onore del nostro ospite ottomano. Se ne sta occupando personalmente la signora Clara.

– Un piatto esotico? E cosa sarebbe?

– Mi sembra che si chiama cuscussù – disse Bartolomeo, mentre la porta si chiudeva alle sue spalle.

«Non credevo, re di Kharezme, di trovarvi in un luogo in cui ero venuta a seppellirmi viva. Salvando la vita a Firuz io ora, in obbedienza al precetto divino, rendo il bene per il male; non rendete voi il male per il bene distruggendo questi popoli che, lungi dal volermi vendicare, ignorano financo l’offesa che mi è stata recata».

Adesso vi sfidiamo.

Seguono gli autori e i titoli delle opere in ordine sparso, ovviamente il consiglio è di leggerli tutti. Chi riuscirà a mettere nell’esatta sequenza numerica i 16 estratti?

Utilizzate il numero assegnato seguito da un trattino (esempio 5 – 9 – 12 – etc).

  1.  Joseph Sheridan Le Fanu – L’inseguitore
  2.  David Garnett – La signora trasformata in volpe
  3.  Stefano Benni – La traccia dell’angelo
  4.  Bertolt Brecht – L’eccezione e la regola
  5.  William Somerset Maugham – Lo scheletro nell’armadio
  6.  Leonardo Sciascia – I pugnalatori
  7.  Gustav Meyrink – Il Golem
  8.  Marco Malvaldi – Il borghese Pellegrino
  9.  François Jullien – Trattato dell’efficacia
  10.  William Beckford – Storia del principe Alasi e della principessa Firuzkah
  11.  Jorge Luis Borges – Finzioni
  12.  Anonimi Indiani – Bhagavadgītā
  13.  José de Acosta – Le peregrinazioni di Bartolomé Lorenzo
  14.  Herni Bergson – Il riso
  15.  José Maria de Eça de Queirós – Alves & C.
  16.  Leonardo Sciascia – Una storia semplice

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