Sulla storia delle origini del volo umano e dell’idea di volare (fino al secolo XVII)

Tratto dal libro di ALAMBICCO dal titolo L’ANFIBIO DI LIERGANES

Ancor prima del sogno di Icaro – cavia del desiderio e della volontà, giustiziato dalla natura stessa contro cui si era ribellato -, l’uomo inseguiva le altezze dei cieli in costante ricerca di libertà, di leggerezza, di Dio. Sulla Terra, dove stava, non voleva permanere. E vi erano altre possibilità di liberazione da uno stato percepito come condanna: appunto andare in alto, verso il cielo; andare in basso, sotto e al centro della Terra; vivere nell’acqua, come un pesce. Accanto al desiderio e al sogno, ecco nascere l’idea di magia come permutazione o cambio di stato che, in altri ma analoghi modi, proseguirà fino all’era moderna con l’alchimia e, nella contemporaneità, con la scienza e la tecnica. Alla base di tutto, pare banale dirlo, vi sono la sete di conoscere, di sapere, di superare i propri confini sia fisici che mentali. E l’esperienza, ancor prima che questa divenga il fondamento della scienza e della conoscenza. Un’esperienza vissuta, soprattutto attraverso l’osservazione della natura, sia del mondo animale che dei fenomeni atmosferici (la pioggia-acqua, il vento-aria, il fulmine-fuoco, il suolo-terra, con il nostro stare lì e con ciò che da sotto i nostri piedi, quasi misteriosamente, viene in superficie e produce il nostro sostentamento).

Icaro venne bruciato dal vicino Sole. Altri, invece, senza i dovuti accorgimenti, hanno cessato di vivere nel sogno più ingenuo.

Vi fu chi volle volare vestito da uccello e cadde per essersi scordato il becco; vi fu anche chi il becco se lo mise ma dimenticò la coda, vero e proprio timone. Cali il silenzio più pudico per chi, volendo volare, incontrò

una tragica fine per essersi scordato le ali. Molte morti assurde e grottesche si sono succedute per questo nostro desiderio. Basti ricordare la vicenda del tragicomico volo del principe arabo Abbas ben Firmas, che molti secoli or sono si gettò da una collina convinto di poter volare solo per essersi bardato e agghindato con vere piume d’uccello: onore all’anima sua e alla sua candida bizzarria.

I. Rasselas e l’ironia di Samuel Johnson

Se pensiamo poi alla letteratura, be’, di voli più o meno disgraziati se ne trovano un’infinità. Tra tutti, e per non citare quelli più conosciuti e ormai divenuti quasi proverbio, luogo comune o filastrocca, mi piace ricordarne uno piuttosto vicino a noi, di due secoli e mezzo fa, nascosto tra le righe di un libro. Mi riferisco al capitolo VI del Rasselas, principe d’Abissinia di Samuel Johnson, peraltro l’unica opera narrativa scritta dal grande autore inglese, conosciuto universalmente come il Dottor Johnson, autore del Dictionary, prima opera di lessicografia inglese.

Il capitolo VI del Rasselas, appunto, s’intitola Dissertazione sull’arte del volo. Il principe Rasselas, stanco di vivere nella valle della felicità e bisognoso di conoscere e di sapere, medita la fuga in cerca di un viaggio che lo porti verso la conoscenza di se stesso e dell’altro. Unico impedimento: l’ostacolo costituito dalle alte montagne che circondano la valle. Come superarle ed oltrepassarle?, si chiede. Ecco giungere in suo aiuto un uomo di grande ingegno, maestro di meccanica, abitante anch’egli nella valle della felicità. L’uomo, che aveva costruito molte macchine con ottimi risultati, propone al Principe di potergliene costruire una per volare e superare le montagne. Il passo in questione è citato anche dal messicano Alfonso Reyes, fra i più grandi letterati in senso assoluto del secolo XX, scopritore, maestro e amico di Jorge Luis Borges – il quale lo ha sempre considerato “il più grande scrittore in lingua castigliana di tutti i tempi” – autore di una delle più imponenti opere della contemporaneità, con oltre trenta tomi e decine di traduzioni (fra cui Chesterton e Stevenson, dei quali fu il primo traduttore al castigliano), articoli e altro.

Reyes afferma che grazie a tale macchina il Principe “riesce a superare il cerchio di montagne” (logra trasponer el circo de montaňas) quando invece, povero lui!, il tentativo fallì e la macchina cadde in picchiata nelle acque di un lago. Per oltrepassarle, Rasselas dovette scavare cunicoli dentro le montagne (capitolo XIII), con l’aiuto del saggio Imlac (ispirandosi ai rifugi ricavati in esse dai conigli) e in compagnia dell’amata sorella Nekayah.

Il Principe Rasselas appartiene dunque, purtroppo, alla folta compagine dei gabbati dal proprio o dall’altrui sogno di volare. L’intento di Johnson era, con molta probabilità, quello di mettere in ridicolo certi trattatisti che annunciavano di aver scoperto i segreti, a volte magici, del volo umano.

Fu burlato anche John Wilkins, autore inglese che pubblicò, nel 1648, l’opera Mathematical Magick.

II. Swedenborg e la sua macchina volante

Dopo gli studi sul volo di Leonardo da Vinci pubblicati nella seconda metà del secolo XVI, molti hanno scritto e teorizzato le possibilità del volo umano. Vi è stato perfino chi ha avuto un successo postumo. E’ il caso dello scienziato e mistico svedese Emanuel Swedenborg. Questi, che Thomas Carlyle definì “fonte di luce spirituale la cui brillantezza non cessa di crescere”, amato da Conan Doyle e studiato da Ralph Waldo Emerson nel suo Uomini rappresentativi (Swedenborg, o il mistico), ripreso e studiato pochi decenni or sono da Borges, è molto più conosciuto per la sua opera teologica che per quella scientifica. Chi ne conosce sommariamente la vicenda esistenziale, ne citerà l’evoluzione mistica, improvvisa ed unica, secondo cui lo svedese si mise in contatto e parlò con gli angeli, che tanti segreti sembrano avergli rivelato.

Tuttavia l’opera scientifica di Swedenborg è eccezionalmente vasta ed importante (oltre 50 volumi), ed i suoi contributi, soprattutto nell’ambito della geologia, sono capitali nella storia di questa disciplina. Egli ha lasciato ai posteri anche importanti opere di meccanica, e le sue invenzioni, in gran parte sconosciute fino a fine ‘800, sono ancora materia di fervente studio all’interno della comunità scientifica.

L’8 settembre 1714 il giovane Swedenborg, in una lettera indirizzata a suo cognato Benzelius dalla città di Rostock, parla di una serie di “invenzioni meccaniche”, la maggior parte a fini militari, che elenca nell’epistola e fra cui possiamo trovare, al punto 12, “…un veicolo volante, capace di mantenersi in aria e spostarsi”. Il disegno relativo a quest’invenzione fu scoperto poco più di un secolo fa ed analizzato da Henry Soderberg, ex vice-presidente della compagnia aerea SAS e ricercatore nell’ambito dell’aviazione civile. Egli dice di quest’invenzione: “(…) Emanuel Swedenborg è il primo uomo nella storia dell’aviazione che nel 1714 propose un disegno basico razionale per un’aeronave dotata di ala fissa e di un sistema propulsore. Da un punto di vista aerodinamico, l’idea di Swedenborg…è chiaramente superiore a quella di Leonardo da Vinci o Lourenço de Gusmão…Vari modelli sono stati costruiti sulla base del disegno di Swedenborg…Il più famoso si trova esposto nella ‘Sala degli Albori del Volo’ del Museo Smithsoniano dell’Aria e dello Spazio a Washington”. Swedenborg pubblicò solo poche notizie, corredate da un semplice schema, del suo veicolo volante, per il numero IV della sua rivista Daedalus Hyperboreus. Nello stesso numero apparve anche un breve saggio di Polhem sulla resistenza dell’aria alla caduta dei gravi. In una lettera datata 5 settembre 1716, Polhem si esprime in questo modo: “(…) In ciò che concerne il volare in modo artificiale, sembra che ciò racchiuda la stessa difficoltà della costruzione di un perpetuum mobile o della fabbricazione di oro…Il peso cresce sempre in proporzione cubica, mentre la resistenza aumenta solo in ragione del quadrato. Stessa cosa per le superfici, da cui si deduce che le strutture molto grandi non possono sopportare incluso il loro proprio peso. Nel caso della Natura, questa dota gli uccelli non solo di un materiale molto leggero e resistente per le piume, ma anche di tendini ed ossa completamente differenti per i loro corpi – così come si richiede per la loro resistenza e leggerezza – e che non si trovano in altri esseri. Ci troviamo innanzi, quindi, a difficoltà assai maggiori in quanto ai materiali necessari se la macchina deve sopportare addizionalmente il peso di un uomo”. Ma, nel 1979, fu realizzato un esperimento sulla base del disegno e dei ragionamenti di Swedenborg. Il veicolo volante in questione fu denominato Gossamer Albatros. Era un aereo di struttura iperleggera propulsato mediante pedali dal pilota Bryan Allen. L’aereo decollò da Folkestone, in Inghilterra, e raggiunse Gris-Nez, in Francia, sorvolando l’intero Canale della Manica e percorrendo in volo 33,7 km.

Swedenborg, quindi, aveva visto bene. Purtroppo ebbe ragione 265 anni dopo, non pubblicò mai la spiegazione dettagliata della sua invenzione e non esercitò, di conseguenza, influsso alcuno sugli inventori a lui successivi.

III. Roger Bacon

Ma dobbiamo retrocedere fino al secolo XIII per incontrare il padre di tutte le moderne teorie del volo. Roger Bacon, o Ruggero Bacone che chiamar lo vogliate (1214-1294), discepolo del geniale inventore francese Pierre de Maricourt (colui che creò, nel 1269, il “Moto perpetuo magnetico”) è una delle figure più misteriose, affascinanti e complesse della storia della filosofia medievale. Bacon aprì la strada anche ad Athanasius Kircher, in quanto fu il primo a teorizzare e costruire una sorta di Lanterna Magica, poi perfezionata e resa realtà dal gesuita tedesco. Allo stesso modo, Bacon tracciò il percorso a Leonardo per ciò che concerne la costruzione di una forma di robot, un automa meccanico che, si dice, fu realizzato anche da

Ramon Llull e da Leonardo, appunto, che anziché un “cavaliere meccanico” come quello di Bacon, costruì un leone meccanico. Oltre a ciò, ovviamente – ed è ciò che qui ci interessa – Bacon aprì la strada a Leonardo in ciò che concerne il volo. Fu il primo ad utilizzare l’esperienza come fonte di verità scientifica, anticipando la scienza moderna. “Senza la matematica – scriveva Bacon – è impossibile giungere ad una giusta conoscenza delle cose del mondo”. Ponendo tale base per la scienza futura, giunse ad ipotizzare, e a divinare, molte invenzioni di vari secoli successivi a lui. “Si potranno fare – scriveva – navigli che procedano senza rematori (…), mentre un solo uomo li pilota, e con velocità maggiore che se fossero pieni di rematori. Parimenti potranno farsi carri non tirati da alcun animale, che procedano con incredibile forza (…). Potranno essere costruite macchine per volare, per modo che l’uomo, sedendo nel centro dell’apparecchio, lo guidi attraverso l’aere come un uccello in volo…”.

IV. Leonardo, Santoro, Borelli

Circa due secoli e mezzo dopo, Leonardo da Vinci, partendo dall’osservazione del volo degli uccelli, cercò di giungere alla verità attraverso l’esperimento ed il calcolo. Ma come sperimentava e calcolava? La tecnica non aveva sviluppato mezzi sufficienti, e ancora mi chiedo cosa avrebbe potuto scoprire, inventare e realizzare il Genio se supportato dai mèzzi attuali. Tuttavia egli non ne aveva, e dovette servirsi di una misera bilancia per dimostrare che “tanta forza si fa colla cosa in contro all’aria, quanto l’aria contro alla cosa”. Quindi, “l’uomo colle sue congegnate e grandi ale, facendo forza contro alla resistente aria e, vincendo, poterla soggiogare e levarsi sopra di lei […]. (…) se vuole vedere il peso che sosterrebbe questa alia, monti in sur una bilancia, e dall’altra metta tanto peso quanto sé, in modo che le 2 bilance stieno nell’aria di pari altezza; di poi s’appicchi alla lieva dell’ala, e tagli la fune che la sostiene alta, subito la vedrà cadere; e s’ella per se medesima cadeva in 2 tempi, facciala cadere in un, appiccicandosi colle mani alla sua lieva; e arroga all’apposita bilancia tanto peso, che ‘n su quella forza siano ragguagliati; e tanto peso quanto è dall’altra bilancia, tanto ne sosterrebbe l’alia volando; e tanto più, quant’ella premessi più forte l’aria”. Un secolo dopo, la bilancia servì anche a Santorie Santoro, che nel 1614 volle determinare con essa l’evaporazione dalla pelle dell’uomo (perspiratio insensibilis). Ma in questi nuovi meandri della meccanica intervenne, nel 1680, Giovanni Alfonso Borelli, il quale “smontò” ogni possibile speranza o fantasia di volo umano. Ragionando sulla forza dei muscoli pettorali dell’uomo rapportati al suo peso, Borelli giunge alla conclusione che negli uccelli il peso dei muscoli che servono loro per volare è circa un sesto dell’intero peso corporeo. L’uomo, in breve, pesa troppo, ed i suoi pettorali troppo poco. “Per questo motivo – scrive – si dovrebbe o aumentare la forza dei muscoli o diminuire il peso del corpo umano…”. Ma ciò non si può fare. Resta la possibilità di diminuire il peso dell’uomo. Come? “Operando in modo analogo a quando si fa galleggiare sull’acqua un pezzo di piombo con l’attaccargli un pezzo di sughero…”. Ma subito dopo si burla di quei suoi contemporanei che hanno fantasticato sul volo umano. “Ultimamente – scrive – taluni hanno immaginato di poter portare in guisa simile il peso del corpo umano a galleggiare nell’aria (…). Non è che una vana speranza”. Borelli si riferisce in particolare all’olandese Huygens, che sette anni prima, nel 1673, inventò la “Macchina a polvere da sparo”. 

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