Financo

Ci siamo. Anno Nuovo. Ma il nuovo, il rinnovo, l’innovazione da cosa possono derivare?

Dalla consapevolezza ci dicono i testi sacri di ogni provenienza e qualcuno intraprende la Fede, la Speranza, il Credo.

Sono punti di vista di chi sostiene la Verità, quella con la V maiuscola. Non è forse un eccesso anche questo? E se tutto fosse Vero fino a prova contraria? O per appoggiare San Tommaso: “quando vedo, credo”. O non è forse vero un sogno, un incubo, dopo che ci svegliamo agitati in piena notte? Negli strascichi della mattina o nelle rivelazioni durante il giorno?

Alla fine di questo 2020 ne abbiamo viste tante, toccato con mano soprattutto se disinfettate e muniti di mascherina. Saremmo dovuti essere prontissimi e tuttora non lo siamo.

La Speranza è ciò che ci allontana dal mettere in atto la trasformazione. Se continuiamo ad aspettare la primavera o la riapertura dei confini che senso avrà l’inverno dei semi o il tempo col quale giocare a scacchi?

Il presente come momento e come regalo.

La fine non sarà un rinnovamento se non la comprendiamo, se non abbiamo il coraggio di vivere senza maschere, col passato che ci tormenta, con le azioni senza senso che danno eco alla cattiveria umana. La morte della mente uccide il cuore, lo imprigiona.

Eravamo in casa, durante il primo lockdown quando scrivemmo il racconto che segue. Cambiando punto di vista financo trovammo una verità diversa.

Da COMPLIMENTI PER IL MORTO e altri racconti disonesti vi presentiamo SPIKE LEE

COMPLIMENTI PER IL MORTO e altri racconti disonesti – Fiction – Fiction Brevi Racconti Autori Singoli (youcanprint.it)

SPIKE LEE

Me ne stavo a preparare il Capodanno 2019.

Quest’anno avevo deciso di festeggiare a Wuhan, nella provincia di Hubei, famosa per i suoi mercati ittici.

Un pipistrello mi aveva confidato che era la fine del mondo. Per la quantità di prodotti in commercio e per l’utilizzo maestoso che le persone facevano di coltelli e sciabole.

Ero piuttosto curioso e, svolazzando con l’aiuto di tutte le connessioni disponibili, arrivai nella più grande fiera mai vista prima: pesci che volavano appesi com’erano ad essiccare, serpenti attorcigliati in enormi barattoli e vivi, animali umanoidi da ogni parte che si agitavano a dare gettoni e carte ad altri in cambio di pezzi morti.

Alcuni urlavano forte per prendersi pesci con fioretti sul naso, su cui poi altre spade infierivano stilettate da chirurghi.

Rimasi piuttosto sorpreso di quanta carne si muovesse su questa Terra e dell’utilizzo che se ne faceva.

Seguendo questa Ragione alcuna, vidi un vecchio signore, magro, magrissimo, con occhi stanchi, piegato sulle ginocchia, poggiato ad un muro di cui dubitavo l’esistenza. Chiedeva tacitamente, in un piattino, quei gettoni che servivano per ottenere altre cose in cambio.

– Buonasera signor Lee – disse una distinta signora che lasciò cadere pochi sonanti – a un domani migliore!

Negli occhi del signor Lee (ora sapevo anche come si chiamava), una luce era accesa in lontananza, scorgevo un desiderio inesploso di avvicinarsi a qualcosa che non conoscevo. Di cui non capivo l’entità né il motivo.

Lui era solo in mezzo a troppa gente, questo era ovvio.

Decisi di dargli tutta la mia Fortuna e provai ad entrargli dentro per farlo sentire meno isolato.

Poco dopo raccolse incredulo tutti i tintinnanti e girò l’isolato,

proseguì verso un quartiere affollatissimo di facce meste e sguardi persi nel vuoto; poi prese una stradina improbabile tra cesti della spazzatura e rivoli melmosi, fino ad un bugigattolo dove lessi: “Locale caldaie”.

Lì, assieme a qualche straccio liso e una scodella lercia, in una scatola di biscotti nascosta, vidi coi suoi occhi umidi una vecchia foto di una bambina in braccio ai genitori.

In un’altra impressione stava una ragazza dal velo candido insieme ad un uomo elegante, uniti con le mani quanto col Cuore.

Avevano alle spalle una cattedrale con mille guglie in pietra rivolte al cielo in stile gotico.

Il vecchio signore si asciugò una goccia salata con la mano sporca di vita ed unì ciò che gli avevo d(on)ato ad altri gettoni e carte che teneva riposti nel modesto forziere.

L’indomani si recò fuori città, in un enorme edificio tra i campi, simile ad un formicaio di numeri, lettere e suoni innaturali; si mise in fila per attendere di parlare con un vetro.

Tutti i presenti erano disposti a presentarsi di fronte a questa finestra, a lungo accodati, spesso in disaccordo, a guardare la nuca di quello davanti e porgendo le spalle a quello dietro.

L’uomo che accompagnavo svuotò il contenuto della sua scatola scambiandolo con un solo biglietto: direzione Milano Malpensa.

Salimmo in una scatola più grande e con le ali e con le ruote.

L’ho provato con coraggio e ho cambiato stato. Sono in Italia.

Ho incontrato personaggi cordiali che si abbracciano anche quando sentono di non volerlo, che si stringono le mani in molte occasioni e chiedono spesso: – Come stai? -, – Bene, grazie! E tu? -, – Non mi lamento -.

Credo si tratti di una filastrocca tipica di qui per eludere domande vere ed imbarazzanti sulla realtà delle emozioni.

Così ho deciso di saltare di bocca in bocca, già che le trovavo aperte in falsi sorrisi e in dicerie inutili.

Ho deciso di far sì che quei sentimenti mutassero.

Ho deciso di riunire l’intimità alla buona creanza.

Ho deciso di tenerli tutti a casa, almeno ci provo.

A stringere per davvero coloro che si amano.

A giocare coi bambini scoprendo nuovi mondi.

A scoprire tempi e modi dimenticati.

A capire il valore di ciò che ci piace.

A riconoscere ciò che non ci è mai piaciuto.

A entrare nei libri, nelle profondità di se stessi.

A usare le mani per inventare, la mente per abbracciare.

A meditare.

A sognare ad occhi aperti.

A danzare leggeri, sulla pelle della Terra.

A vedere del buon cinema, finalmente protagonisti.

A fermarsi.

A ricordarsi di respirare.

A Essere. Senza paura.

A guarire davvero, nel Vero.

A scrivere una Storia, ancora.

L’occhio di Maurits Cornelis Escher

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