IL ROBINSON DEL MONDO (LA FANTASIA E’ UN MUSCOLO)

tratto da L’origine di Arlecchino e altri saggi di Alambicco

L’origine di arlecchino e altri saggi – Storia – Storia Saggi (youcanprint.it)

Immagine in evidenza: Alonso Quijano (non ancora Don Chisciotte) nella sua biblioteca,Gustave Doré, 1863

Il grande regista spagnolo Luis Buňuel, per testare le capacità d’osservazione di un aspirante direttore della fotografia di un suo film, decise di portarlo in un deserto messicano.

Gli chiese di fotografare ciò che più lo colpiva.

Il fotografo, che si trovava davanti a vari cactus di notevoli dimensioni, diresse l’obiettivo della macchina, e quindi il suo occhio, su una di tali piante.

Buňuel, che lo osservava, lo fermò e gli disse: “E la tua attenzione sarebbe stata catturata da un cactus?”.

Il fotografo rispose timidamente di sì.

Buňuel lo guardò severamente e replicò: “Io sarei stato molto più attratto da ciò che ti trovi fra i piedi”.

Il fotografo abbassò lo sguardo e vide che fra i suoi piedi camminava un piccolo scorpione.

Ebbene, il regista spagnolo era rimasto deluso: com’è possibile, si chiedeva, che in un deserto l’occhio cada su ciò che c’è di più visibile?

L’attenzione, in un uomo intelligente e curioso, non può essere attratta da ciò che si trova davanti agli occhi e che per le sue dimensioni risulta più evidente.

Mancanza di profondità di sguardo.

Lo sguardo è conoscenza.

Più esso va in profondità, più si conosce.

Essere attratti da ciò che è più evidente è sinonimo di superficialità e di poca conoscenza.

Dall’altra parte, c’è un’altra situazione: quella di essere chiamati a cercare qualcosa.

Quando un uomo viene chiamato a cercare qualcosa, tende a scandagliare i luoghi meno accessibili alla vista: in una stanza guarda nei cassetti o dietro, sopra e sotto i mobili, o in un vaso.

E’ il caso che ci descrive Poe nel suo racconto La lettera rubata. Tutti cercano la lettera nei luoghi più nascosti e non la trovano. Risulta invece che essa si trova sotto gli occhi di tutti: sopra la scrivania.

Nascondere qualcosa nel luogo più evidente, ossia non nasconderla, è spesso garanzia di successo su chi la cerca.

Diceva Baudelaire che la profondità dello spettacolo quotidiano del mondo si trova in ciò che è davanti ai nostri occhi.

Ma se proviamo a ribaltare la logica, e a vedere e ragionare a testa in giù, scopriremo forse i paradossi del mondo come fossero cose “normali” e logiche.

Scopriremo che è il paradosso a fondare la realtà.

Il maestro di questo modo di vedere è senza dubbio G. K. Chesterton.

E parlando di lui e delle sue opere, il grande letterato messicano Alfonso Reyes ha scritto delle righe che meritano di essere citate:

Ebbene, l’uomo è il Robinson del mondo. Lo vediamo estendere, intorno alla sua dimora, linee che partono dalla sua fronte, così come il ragno estrae da se stesso la bava preziosa. Abituati ormai alle secolari conquiste di questo Robinson, non sempre le apprezziamo abbastanza; non ci rendiamo conto, per esempio, che un luogo comune può essere stato la gran novità di un’altra epoca.

Non ci deteniamo ad ammirare gli sforzi che hanno preceduto, per esempio, l’idea dell’unità aritmetica o l’idea dello zero. Supponiamo che, come succede a Robinson, l’onda ci lanci improvvisamente su un’isola disabitata. Allora daremmo tutto il loro valore a queste cose che oggi, nell’abbondanza, disprezziamo: un coltello, un’ascia, ciò che casualmente riusciamo a riscattare fra i resti del naufragio. Rispettiamo la felicità a cui non facciamo caso. Il proverbio dice: Nessuno conosce il bene che ha finché non lo perde.

L’uomo non scopre il mondo tutto in una volta, ma attraverso continue sorprese. Per l’uomo nel pieno esercizio delle sue facoltà, il mondo è una creazione costante e ogni giorno una sfida nuova. Non disse un eretico che la Creazione si rinnova incessantemente? Lentamente scopriamo intorno a noi alcune regolarità statistiche, che prima cerchiamo di dominare mediante pratiche magiche e dopo concepiamo come leggi scientifiche di applicazione invariabile. Anche allora, l’uomo non può dormire sugli allori. La storia, da una parte, registra casi in cui l’individuo perde o dimentica tesori che già possedeva. Dall’altra parte, il mondo è stato esplorato soltanto in una sua piccolissima frazione. L’esploratore vigila insieme alle sue armi e avvista l’orizzonte in guardia perpetua. La sua torre di avvistamento è la coscienza, e la base è l’evidenza, fino a dove sia possibile fondarla; quindi risulta che a volte la torre avanzi come sospesa nel vuoto. Dalla sua torre, il vigilante vede biforcarsi i sentieri. (Messico, settembre 1957. Estratto dal volume XX delle “Opere Complete” di A. Reyes, p. 418).

Siamo avvelenati dall’idea preconcetta, dal luogo comune secondo cui l’immaginazione solo è possibile attraverso la conoscenza della realtà, all’insegna di quella logica ormai stantìa che continua a rendere tabù la fantasia.

Ma se percorriamo le tappe delle conquiste del genere umano, e della conoscenza in sé, non vediamo forse un altro tipo di processo conoscitivo?

Sì.

L’immaginazione come strumento e mezzo di conoscenza della realtà.

Cosa ne sarebbe del nostro sapere scientifico e tecnologico senza gli atti, a volte bizzarri, dei maghi e degli intelletti eterei?

Quanto abbiamo potuto conoscere attraverso le fantasie poetiche e letterarie degli scrittori?

Vi ricordate del Socrate raccontato dai Dialoghi platonici?

Forse non immaginava, per esempio, le etimologie di certi termini, certi fenomeni scientifici, certi atteggiamenti e comportamenti umani?

Non è forse vero che abbiamo (ri)costruito la Storia non solo attraverso l’archeologia, ma soprattutto attraverso i grandi poemi e la letteratura?

Cosa ne sarebbe stato di Freud e delle scienze psicologiche senza, che so io, un Dostoevskij?

Ecco: saper immaginare per poter conoscere.

Saper immaginare per passare dal particolare all’universale, per poter generalizzare e conoscere.

Ortega y Gasset e Cesare Brandi ritenevano che una delle cause della morte di certe civiltà, come quella egizia, sia stata l’incapacità di immaginare, di universalizzare il particolare.

Un esempio: la ruota.

Gli egizi hanno usato la ruota in quanto ruota.

Punto.

Non sono riusciti a capire il concetto da essa racchiuso, quello di cerchio, di circonferenza, di rotondità, abbinato al movimento e al meccanismo, e di conseguenza non hanno capito che si poteva applicare a molte altre cose.

Oggi, grazie all’intelligenza e all’immaginazione di altri popoli, vediamo che il cerchio che gira sta alla base di molti processi tecnici della vita quotidiana.

Mentre vi fu chi seppe universalizzare il particolare e generalizzare, gli Egizi non ci riuscirono; e forse per questo (anche per questo) morirono.

Senza fantasia, è certo, si muore.

Ritornando a Buňuel, egli ebbe la fortuna di poter lavorare con un grande sceneggiatore e scrittore, uomo dotato di grande capacità immaginativa: Jean Claude Carriére.

Questi disse qualcosa di capitale riguardo l’immaginazione: L’immaginazione è un muscolo, e come tutti i muscoli, per funzionare bene, deve essere allenato.

Sì: l’allenamento.

Cosa succede ad un calciatore se non si allena per un mese? Torna in campo “arrugginito”, i suoi movimenti sono macchinosi, la sua agilità scarsa.

Così succede ad un disegnatore che non impugni una matita da un po’ di tempo? Nonostante possa essere dotato di talento, farà fatica a ritrovare la sua abituale scioltezza.

La stessa cosa succede con l’immaginazione: se non ci si allena costantemente ad immaginare, sarà molto più difficile l’esercizio della fantasia.

La fantasia dovrebbe essere una buona e consigliabile disciplina di vita.

Cosa facevano lo stesso Carriére e Buňuel per non perdere l’allenamento?

Si riunivano ogni sera in un bar, in una trattoria o nella casa di qualcuno e, davanti ad un buon bicchiere di vino, avevano l’obbligo di raccontare una storia ciascuno, inventata in quello stesso momento. Tutti: il regista, lo sceneggiatore, il direttore della fotografia, gli attori e chiunque facesse parte della troupe.

Caravaggio, Cena in Emmaus, 1606

Ma oggi questa disciplina, questo esercizio e, in breve, la fantasia, che fine hanno fatto?

Noi, uomini e donne, abbiamo dimenticato che tutti i nostri atti quotidiani, dai più piccoli e apparentemente insignificanti ai più evidenti, sono in sé atti creativi: dimenticandolo, gli atti si trasformano in meccanismi automatici, sono sempre uguali a se stessi, non si differenziano sostanzialmente.

Immaginare significa anche avere la capacità di leggere la realtà, non solo di vederla. L’allenatore di calcio forse non immagina ed elabora la realtà, leggendola, quando decide di cambiare squadra in corsa, inserendo durante l’incontro un giocatore al posto di un altro?

A volte dimostra di aver letto e immaginato bene; altre volte, no.

Ma compie già, comunque, un buon allenamento.

Nella vita quotidiana succede lo stesso, ma se sbagliamo sempre il cambio di direzione, l’accelerazione o il rallentamento, vuol dire che il nostro sguardo non è sufficientemente profondo, e che, quindi, non abbiamo ancora la conoscenza adeguata; dobbiamo immaginare di più, usare di più la fantasia.

Non solo: abbiamo l’obbligo di credere, anche all’incredibile.

Credere alle storie più inverosimili vuol dire credere alle nostre fantasie e perseguire così la conoscenza.

Oggi crediamo solo nella verosimiglianza, in un atto quasi riproduttivo, fotografico di ciò che vedono i nostri occhi.

Le credenze che hanno fondato i nostri popoli, e con essi la fede e la religione, non si basano certo sulla verosimiglianza.

Borges, riguardo il Chisciotte, diceva:

Le storie di Don Chisciotte non sono verosimili, e tuttavia io vi credo

ciecamente.

Oggi non consideriamo più l’estrema verità, e, per certi versi, l’estrema verosimiglianza della metafora e dell’allegoria.

Il processo e La metamorfosi di Franz Kafka non sono forse metafore incredibilmente vere della realtà?

Quanti giovani hanno cambiato il loro sguardo sulla realtà, conoscendola più profondamente, attraverso metafore del genere? Leggere un libro è un ottimo esercizio immaginativo, un buon allenamento del muscolo che è la fantasia.

Non a caso i classici son classici: testi, diceva Calvino, che hanno sempre qualcosa di nuovo da dire.

L’Italia, dopo Pirandello, Calvino, Buzzati, Savinio e alcuni altri, sembra aver esaurito la propria capacità d’immaginazione.

In Italia, adesso, si scrive quasi unicamente della realtà, e mi sembra che pochi ci stiano capendo qualcosa.

Forse perché registrare soltanto la realtà non aiuta molto ad approfondirla, leggerla, elaborarla.

Le diagnosi su tutti i nostri problemi, sui fenomeni e sulle disgrazie umane le conosciamo: ce le propinano ogni giorno la televisione, i giornali e il web.

Va bene; ma la cura?

Ogni volta ci si limita ai palliativi, ma le radici non le tocca nessuno. Credo sia troppo facile e semplicistico dire che molti sono coloro che hanno tutto l’interesse a non toccare le radici; sì, va bene, è vero.

Ma è tremendamente vero che anche chi quest’interesse non ce l’ha, non propone mai di eliminare la malattia.

Credetemi: non esercitare la fantasia vuol dire anchilosare la capacità dell’intelletto, e oltre questo sono possibili solo la furbizia e l’astuzia. Molte cose vanno male perché non siamo più capaci di fantasticare, e navighiamo in uno sterile adulto grigiore.

Un uomo completo dovrebbe anche occuparsi della realtà “toccandola”, sì; ma non solo.

E’ necessario credere che Dante sia sceso davvero all’Inferno per capire la realtà, e che dopo abbia vagato per il Purgatorio e il Paradiso.

Non sono queste le fantasie eterne, sempre attuali e adattabili ad ogni tempo, luogo e realtà?

Questo discorso non riguarda solo la letteratura, ma la vita di tutti i giorni.

Invece di immaginare senza osservare, sarebbe meglio osservare, che so io, il portacenere sul nostro tavolo, vederne la forma ed il colore, da lì salire fino alle mani che l’hanno costruito, al volto di chi l’ha fatto, alla storia di quell’uomo o di quella donna.

E quel buco sulla parete? Chi ci sarà dentro?

Come sarà stato fatto?

E poi, attraverso la fantasia, scoprire e conoscere qualcosa della realtà.

E se ci chiedono di cercare qualcosa?

Magari sarebbe meglio, ora sì, pensare se ce l’abbiamo già, davanti agli occhi, tutti i giorni.

O addirittura fra le mani.

Chi vi invita a cercare qualcosa, e quella cosa la nasconde non nascondendola, ha capito molto sulle nostre abitudini e sulle nostre

carenze, sulla nostra psicologia, sul nostro modo di vedere il mondo. Poe, quando nel suo racconto nasconde la lettera alla vista di tutti, sulla scrivania, sa che essa verrà cercata nei luoghi più occulti, e mai sulla scrivania.

Quando cerchiamo il lapis, molte volte ce l’abbiamo in mano e non ce ne accorgiamo.

Quel lapis va riscoperto.

Guardandolo, se è possibile, anche a testa in giù.

E vedremo che non è solo un lapis, e che se visto dall’alto è un piccolo cerchio con un altro cerchio ivi inscritto…

Maurits Cornelis Escher, Mani che disegnano, 1948

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