UN’IDEA

Stavo scomparendo. La pioggia incessante che avevo sempre ritenuto catartica, mi scivolava dentro; aveva impolpato la giacca, i vestiti. I calzini emettevano quel suono onomatopeico contro la parete delle scarpe inzaccherate. Ciak…ciak.

L’ombrello non lo usavo e poi in una mano tenevo il borsone per viaggiare. L’altro estremo lo tenevo libero, pronto ad accendere una sigaretta quando mi andava.

Dal centro di quella cittadina medievale dalle mille torri dovevo scappare.

Il mio esilio sapevo essere eterno, tanto valeva vedere paesaggi nuovi, cogliere nuove maschere da piantare lungo il cammino. Se mai qualcuno avesse apprezzato la mia Natura, sarei stata sua.

L’obiettivo, in questo momento, era trovare la stazione dei treni, il binario direzionale.

Girato l’angolo incontrai un uomo grosso che portava un lungo cappotto e la faccia da bulldog. Aveva un neo sull’angolo sinistro della bocca.

  • Mi scusi, sa dirmi dove si trova la stazione ferroviaria?
  • Sì. In fondo a questa strada giri a destra. Troverà un semaforo e volti di nuovo a destra. Dopo 200 metri sulla destra troverà il Ristorante “Giravolta”. Prenda la strada su quel lato e sarà giunta nella piazza della stazione.
  • Molte grazie. Buongiorno.
  • Buon giorno.

Eseguii il percorso indicatomi dall’uomo ma dopo il Ristorante “Giravolta”, girandomi sul lato destro, mi ritrovai nel vicolo del centro storico da cui ero partita.

-Impossibile- mi dissi -eppure ne ho fatta di strada. Che abbia girato in tondo?-

Ripresi a camminare e all’incrocio chiesi nuovamente indicazioni ad una mamma con un bambino per mano. Entrambi reggevano il proprio ombrello: un piccolo papero giallo col becco sporgente e degli spicchi di rose rosa e rosse. Il paperotto sotto l’ombrello mi fissava con disappunto come se la mia mancanza di riparo non fosse contemplata neanche alla sua tenera età. Scendeva il suo sguardo insieme alle lacrime di pioggia sulle mie tempie.

  • Salve, scusatemi. Sto cercando la stazione dei treni ma mi sono persa.
  • Certo. Guardi non è lontana. Allo stop in fondo a questa strada deve andare dritto fino al semaforo. Si guardi intorno e troverà un parco giochi da attraversare. Superato lo scivolo c’è un’uscita del parco che dà su una stradina secondaria. La percorra fino in fondo e si troverà di lato alla stazione.
  • Grazie, sembra semplice. Buona giornata, ciao piccolo!
  • Buona giornata a Lei. E si asciughi o si prenderà un malanno.

Feci un cenno con la mano, di ringraziamento e di saluto. Il bambino non contraccambiò. Non mi riconosceva.

Trovai il parco, di fronte all’altalena che si muoveva da sola, sentii una pressione alla bocca dello stomaco, sarei voluta salire io, ma continuava a piovere. La pozzanghera che si era formata sotto era enorme ed i miei piedi non avevano più tanta consistenza. Le scarpe si muovevano ma loro si erano assottigliati divenendo nuvole nei calzini a righe.

Le indicazioni per la stradina da prendere erano state chiare, non potevo sbagliarmi.

Tra i due palazzi laterali sentivo il peso del Mondo, la valigia stava divenendo grave; la forza di gravità mi calpestava, schiacciandomi al suolo.

Già non sentivo più i piedi, ora anche le mani stavano scomparendo. Osservai quella che teneva la borsa con le mie poche cose per partire: dei calzini di lana, pochi vestiti, qualche cambio d’intimità, le matite e un album da disegno, le poesie di Emily Dickinson, un berretto rosso per tenere la testa al caldo, un coltellino affilato, una coccinella di legno dipinta, un’armonica da improvvisazione, una corda da arrampicata, uno specchio delle mie brave (azioni).

Tal mano era fatta d’aria. Posai la valigia a terra e cercai un respiro profondo.

Il rumore della pioggia su superfici metalliche mi destò, misi la bocca a tracolla e continuai dritta verso la stazione di partenza.

Non la trovai, ero tornata al punto di prima.

Sui gradini di un pesante portone ad arco sembrava aspettarmi un gatto dagli occhi verdi e il pelo lungo e striato. Ci fissammo per un duraturo momento, non mi staccava lo sguardo di dosso finché non parlai:

  • Signor Gatto, La prego! Come devo fare per andare via di qui?

Il Gatto norvegese si dette una leccata sulla spalla sinistra e tornò a guardarmi.

  • In questa città così ricca di Storia non ho trovato la mia. Dev’essere da un’altra parte, devo cercarla sui binari. Devo partire e non trovo la strada.

Il Gatto, nella sua elegante seduta, sembrava dirmi qualcosa. Muoveva le labbra per parlare ma io non riuscivo a sentirlo. Le mie orecchie non c’erano più.

Allora il Gatto venne sotto le mie gambe che finivano all’altezza delle ginocchia. Evaporarono le braccia, i capelli, gli zigomi, il naso. Scomparirono il petto, il cuore, le natiche, i fianchi. Rimase solo fluttuante, l’ombelico.

Il Gatto nella sua danza di movimenti spiccò un salto e se lo mangiò.

Sono al sicuro nella pancia di un gatto.

Sono un’idea mai partorita.

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