DIAVOLO E MALARIA. STORIE DALLA MAREMMA OSCURA. Di Alambicco

Il monaco Rodolfo il Glabro, là per l’anno 1000, descrive il Diavolo apparsogli come un “orribile nano” con “narici dilatate e bocca prominente”, mento a punta, denti da cane, barba caprina , orecchie aguzze e pelose. E’ una descrizione, questa, aderente a certe tradizioni e credenze popolari europee (e non molto attinente alla tradizione ecclesiastica) che si ripete in molti scritti dello stesso periodo e anche successivi. Quasi seicento anni dopo, Monna Gostanza da Libbiano, filatrice, levatrice e guaritrice sessantenne, accusata di infanticidio e di praticare la “medicina” (di essere, cioè, una strega), descrive in questo modo il Diavolo così come le apparve :

(…) andando io a Campiglia nelle Maremme… mi tentò il Nemico persuadendomi che io andassi seco… Occorre di dirvi che voi non mi volete credere et mi dite che queste cose non sono vere, né possibili, dicendomi che il Nemico non ha né braccia, né gambe, né occhi, né bocca, né altre membra et pure a me mi pare così, che lui sia un BELLISSIMO GIOVANE, et mi pare che habbi tutte le sue membra…”.

Un Diavolo bellissimo e giovane, quindi, seduttore e corruttore, che però si fa chiamare familiarmente “Polletto”, che Monna Gostanza dice di avere incontrato anche “nella via di Livorno”e che le appare a Campiglia, in quelle Maremme che ella definisce “luoghi da bestie e da pastori…”. In effetti, già a partire dal V secolo d.C. e fino a tutto il XIX, la Maremma è zona desolata, dilaniata da una serie eccezionale di calamità. Le continue pestilenze ed epidemie ne decimano la

popolazione, le razzie e i saccheggi si succedono con grande frequenza; le abitazioni vengono abbandonate dalla gente in fuga, e le campagne, lasciate incolte, conferiscono al paesaggio un aspetto allucinante. L’incremento delle zone lacustri produsse verso la metà del ‘500, e per i tre secoli successivi, un’altra gravissima calamità rappresentata dalla proliferazione d’insetti, fra cui la zanzara anofele: arriva la malaria. Nel Principato di Piombino e zone limitrofe fu formata una commissione speciale per esaminare il problema ormai gravissimo delle paludi. I tentativi dei Medici di bonificare la zona, ripopolarla e ringiovanirla non ebbero successo. Le colonie di greci ed ebrei portoghesi che essi vi trapiantarono ebbero breve vita: i primi morirono di malaria, i secondi se ne andarono quasi subito perché il papa Pio IV non consentiva loro la pratica dei rispettivi riti e fedi religiose. Intanto, e già da tempo, si era diffusa nelle comunità contadine, qui come nel resto d’Italia e d’Europa, una figura ritenuta veicolo di provvidenza e saggezza semi-divina: la levatrice. Questa, forte del potere quasi magico, in quanto donna, di custodire la vita dentro il proprio ventre e di portarla alla luce da quelli altrui, viene incaricata di perlustrare la natura circostante e di cavarne i mezzi di cura e guarigione, oltre ai segreti per la buona crescita dei nuovi nati. La levatrice diventa così, nell’immaginario del mondo contadino, custode e depositaria di un sapere trascendentale, in grado di manipolare a scopi benefici i regni animale, vegetale e minerale: viene consultata per prevedere il futuro, per produrre pioggia per i raccolti, per evitare disgrazie e calamità, per favorire innamoramenti. Ella è guaritrice e mago, divinatrice e “incantatrice”. La gente collega ogni evento benigno alla sua opera mediatrice, ma, inevitabilmente, inizia a relazionarla anche con gli eventi negativi: è così che ella diventa, in

breve tempo, anche strega. Le si rivolgono, quindi, anche coloro che vogliono eliminare o “guastare” persone, ottenere benefici da situazioni oscure, usufruire in molti modi dei favori luciferini. E la levatrice accetta ben volentieri il ruolo di ambasciatrice del demonio, funzione che ne eleva ancor di più il riconoscimento sociale. I prodotti animali e vegetali usati per il Bene, possono quindi essere usati anche per il Male. La vicenda della levatrice Gostanza da Libbiano, alla fine del ‘500, coincide con un nuovo auge della caccia alle streghe. La paura diffusa dalla Chiesa è un mezzo per screditare e combattere il nuovo avversario religioso frutto della Riforma, un tentativo di identificare Lutero con i movimenti ereticali e, quindi, con il Diavolo. Cambia anche la visione di Satana e l’obiettivo della Chiesa : non più il seduttore incorporeo, ma l’umana Strega che porta il Maligno occulto dentro il proprio corpo, orribile e femminea presenza che, nella tradizione popolare, è spesso raffigurata in volo a cavallo di una scopa. E così si diffondono amuleti, pozioni, formule, intrugli e unguenti, e, in un mondo in cui tutti sono preda del terrore, si controllano a vicenda e sono pronti a “fare la spia”, basta un nulla per essere processati dall’Inquisizione e magari torturati e arsi sul rogo. La stessa Medicina “ufficiale”, nella cura delle pestilenze, utilizza metodi e unguenti più o meno bizzarri, e quando il “medico della peste” si reca a visitare gli appestati si prepara ad un rito pseudo-esorcistico, con tanto di mantello nero e maschera con naso oblungo e aquilino, un po’ alla maniera di certi tipi della Commedia dell’Arte e un po’ secondo la tradizione degli antichi riti dedicati al culto ai defunti. La Maremma ce ne presenta un esempio eccezionale. Mi riferisco a Luca Prò, medico attivo a Campiglia durante la terribile peste del 1631, il quale ricorda le precauzioni e le difese contro la piaga :

…si andava armati di un sacchetto d’ arsenico cristallino, teriaca, mustro e spezie portato sopra la regione del cuore, un baffo di gatto, né mai si usciva digiuni di casa, ed ogni volta si lavava le mani con aceto, sì quando si usciva di casa, come quando si usciva dal Lazzaretto o da case infette, con untarsi spesso i polsi con olii contro i veleni o con migliori teriache fatteli dal Fisico per detto bisogno, ed il vestito di sopra era una tela incerata”.

Quando la peste se ne andò, si iniziò l’opera di “spurgazione” bruciando cose, spargendo ovunque ragia, pece, zolfo e incenso, ribaltando tre volte le panche di legno delle chiese, pronunciando formule e scongiuri. E così, a Campiglia, si hanno visioni del Diavolo e si usano rimedi magico-popolari condannati dall’Inquisizione. Gostanza, davanti al tribunale ecclesiastico, confessa di utilizzare sempre, per guarire gli infermi e facilitare il parto, erba betonica, olio di pilatro, olio di metadella o di zucca, polvere di madreselva, erba lauda. Una delle accuse nei suoi confronti è di avere usato questi prodotti naturali anche per “fare malìe” e provocare morti, invocando, oltre al nome del Maligno, anche quello di Dio. Tali prodotti naturali erano conosciuti ed usati fin dall’antichità, soprattutto nel mondo greco-romano, e possiedono effettivamente proprietà terapeutiche riconosciute tutt’oggi dalla Medicina ufficiale. Il mondo di Gostanza non è distante da quello di Luca Prò; per il resto, se Gostanza fa certamente largo uso di pratiche puramente scaramantiche, che dire del medico Luca, che consiglia l’uso di un baffo di gatto?! Il Diavolo dà testimonianza di sé anche a Piombino, sbucando da certe corrispondenze epistolari. Il fatto risale al 1625, anno in cui si presentò davanti all’Inquisitore Niccolò Cini una donna di 63 anni, abitante a Certaldo, di nome Maddalena Serchi, detta “la Serchia”, anch’ella levatrice, accusata da Pietro Corzani di “guastare” i bambini. Il cavalier Niccolò Ridolfi, di cui Pietro Corzani era il cocchiere,

aveva sequestrato e torturato “la Serchia”, e avendola vista resistere a tali terribili torture, si convinse definitivamente che ella fosse davvero una strega. I testimoni a favore del Ridolfi si moltiplicarono, e la Serchi è considerata da tutti un’incantatrice, capace persino di far piovere o produrre siccità. Ma il Ridolfi, allora, che fa? Lui, che tanto sembra combattere la stregoneria, decide di rivolgersi proprio ad uno stregone senese, Giovanni Serrantelli, affinché questi limiti gli effetti negativi della “strega” e faccia guarire i suoi figli. E’ proprio a casa del Serrantelli che l’Inquisitore Cini decise di compiere una perquisizione, e in mezzo a tutti gli “attrezzi del mestiere”, trovò anche una abbondante corrispondenza epistolare con clienti di Piombino che chiedevano allo stregone determinate pratiche magiche, perlopiù, si suppone, di carattere maligno. Chi fossero questi clienti, purtroppo non ci è dato saperlo, così come non sappiamo che successe alla Serchi. I rimedi al “malocchio” e alle calamità usati in Maremma sono particolarmente affini, fra le regioni italiane, a quelli umbri studiati da Zeno Zanetti. Tutt’oggi, nelle nostre zone, alcune anziane agiscono sulle verruche gettando un pugno di sale grosso nel fuoco ed esortando il “paziente” a scappare per non udire il crepitio e lo scoppiettare che ne segue; oppure, sempre per guarire dalle verruche, si sceglie una sorta di “vittima sacrificale” che, mediante qualche trappola o astuzia, viene portata a contatto con le verruche del paziente, le quali passeranno, così, sul corpo del povero malcapitato. Lo sterco di cane viene usato per alleviare i dolori addominali, e il brodo di gallina, tanto usato anche da Monna Gostanza, viene usato dalle guaritrici maremmane per alleviare i dolori del parto e per curare il catarro. Le pelli di certi animali selvatici vengono utilizzate contro l’epilessia, e non parliamo di certi amuleti tratti dal mondo animale

che già in tempo di malaria si usavano per curare la terribile malattia, come i denti di cane e di cinghiale, o le monetine, i famosi “soldi bucati”, che si usavano per evitare il vomito di latte nei bambini. Rimedi analoghi sono utilizzati anche dalla protagonista di un notissimo processo per “eresia” del ‘400 maremmano. Mi riferisco a Elena l’Incantatrice, levatrice originaria di Travale, vicino a Montieri. Il suo fu un caso così famoso nella Toscana dell’epoca, che San Bernardino da Siena lo prese ad esempio nelle sue prediche contro le pratiche magiche. Probabilmente di mezz’età, analfabeta, ignara addirittura del suo proprio cognome, della sua propria età e dell’identità dei propri genitori, Elena era ritenuta capace di nuocere al bestiame ed ai raccolti, di aver fatto bere pozioni “d’innamoramento”, di aver provocato maltempo e siccità, fertilità e sterilità e altro ancora. Come la Serchia, anch’essa è ritenuta capace di incantare, divinare, guarire e “guastare”. E così Dio, il Diavolo e la Natura, il Bene ed il Male, la Vita e la Morte, vanno a braccetto in queste storie passate che sicuramente alcuni di voi avranno ritrovato a cavallo fra ventesimo e ventunesimo secolo.

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