ALICE NEL PAESE DELLA POESIA

Intervista ad Alice Fasano, poetessa di grande valore

Le colline si stagliano regolari nel disegno di un suggestivo panorama del Monferrato. Siamo a Chieri, cittadina di circa 35mila abitanti a due passi dalle luci della città della Mole. Qui vive Alice Fasano, una giovane donna con gli occhi da bambina, pieni di esperienze, di libertà e di quell’indipendenza propria della ribellione e dei caratteri forti, con le fresche pupille di chi cerca sempre qualcosa, di chi vuole capire. Avevamo in mente di fare un’intervista. Ma abbiamo trattato così tanti argomenti, in completo agio e in piena libertà, che tutto si è trasformato in oltre un’ora e mezza di piacevole ed emozionante scambio: di idee, di esperienze, di impressioni, di commozione. Classe 1986, figlia di un operaio e di un’impiegata, sicula d’origine, di formazione classica. E’ una di quelle “secchione” (come dice lei) che ti permettono di respirare aria pura nel conferire finalmente la giusta leggiadria allo studio e alla conoscenza. Già, perché nell’immaginario collettivo di questo bellissimo e triste nostro Paese, l’identikit di chi ha voglia di studiare e di sapere è più o meno quello dell’individuo mesto, eternamente depresso e incurvato a causa del fardello della conoscenza che grava sulle sue spalle. Ma con Alice il conoscere e l’approfondirlo sono ciò che sono e devono essere: allegri, effervescenti, brillanti, briosi. Come lei. La sua travolgente modernità non consente al televisore di entrare nella sua casa di campagna. Insieme ad Aida, la sua bambina di 6 anni, ascolta la radio, parla in inglese, cucina, studia e sta tanto all’aria aperta, tra gli alberi, a sporcarsi un po’. Ma soprattutto, ed è per questo che l’abbiamo amata subito, Alice è una poetessa. Una poetessa vera. Una donna che attraverso i versi esprime se stessa senza tabù, senza omissioni, con il suo lato trasparente e con il suo lato oscuro, con i dubbi e le paure, le sofferenze e le perdite, l’allegria e la speranza, con il candore e le asperità della sua umanità. Un’umanità multicolore. “Ho sempre scritto – dice -, fin da piccola. Dopo la morte di mio padre ho iniziato a scrivere pensando agli altri oltre che a me, in un rapporto tra scrittore e lettore, che sia esso reale o potenziale. Ho iniziato ad esprimermi a beneficio di un ascoltatore immaginario. E dovevo farmi capire”. La figura del padre è presente in varie sue poesie, pennellate dai tratti linguistici sottili e al contempo potenti. Laureata in Giurisprudenza all’Università di Torino, ha vissuto un’esperienza di qualche tempo nei Paesi Baschi spagnoli, e oltre al castigliano conosce alla perfezione la lingua inglese. E’ stata insegnante di Scuola Materna e in questo momento insegna proprio l’inglese a domicilio. E’ una madre single.

Le lingue le ha volute apprendere da sola, attraverso i viaggi all’estero. “Le lingue ti danno le ali per volare – dice -. Ed è per questo che sto cercando di abituare mia figlia a parlarle, soprattutto l’inglese”. Nelle sue permanenze all’estero ha conosciuto tantissime persone di differenti Paesi, con le quali ha scambiato, oltre alla conoscenza linguistica, anche gli usi e i costumi. “In queste mie esperienze ho appreso cosa significhi mettersi in gioco e voler crescere”.

Scrivere per necessità. Crediamo sia il tuo caso. Che tipo di necessità costituisce per te la poesia e, in generale, la scrittura?

E’ la necessità di esprimermi e di raccontarmi che possiedo fin da quando ero piccola. Prima, soprattutto con i tanti diari che ho scritto, era più un dialogo tra me e me, o tra me e l’altra me. Poi il mio rapporto di necessità ha coinvolto anche i potenziali lettori di ciò che scrivevo, fosse narrativa o poesia. E’ qualcosa di cui non posso fare più a meno, una linfa vitale, un bisogno dell’anima. Come quando abbiamo una malattia e dobbiamo prendere qualcosa per stare bene.

Quanto ha influito tuo padre in questo tuo bisogno dell’anima?

Moltissimo. Mio padre è morto di cancro a 54 anni, dopo un calvario di quattro anni. Tuttora, a dieci anni dalla sua scomparsa, mi duole la sua assenza. Per poco non è riuscito a vedermi laureare e diventare madre. Era una persona straordinaria, aveva un’aura speciale. Non aveva la minima paura di esternare la propria fragilità, cosa che per un uomo rappresenta una sorta di rivoluzione. Questa sua semplicità mi ha formato con il desiderio di esprimermi in tutto. Mi regalava un sacco di libri, belli e che mi facevano ragionare. Ho in mano proprio in questo momento un libro che mi regalò: Ma le donne no. Come si vive nel Paese più maschilista d’Europa. Mi manca tantissimo, ma ho i libri che lo fanno essere concretamente ancora con me. Quelli che mi ha regalato, quelli che ha letto lui.

Nella tua poesia il dolore è misto all’ottimismo, tra chi è stato una guida per te e chi, piccola, aspetta che tu lo sia; tra amori reali e amori ideali, con la passione come filo conduttore e una trama delineata dalla voglia di vivere e di conoscere. E’ una poesia dei sensi. Sei d’accordo?

Sì. Non ho mezze misure nel raccontarmi e nel raccontare. E non calcolo mai niente di ciò che scrivo. E’ chiaro che la morte di mio padre mi abbia segnata per sempre e che i miei versi siano intrisi di questo dolore. Di questo e di altri dolori, in verità. Sono una passionale e mi esprimo dando tutta me stessa, sia l’aspetto positivo che quello negativo, i lati luminosi e quelli più bui. Non so mentire. Sulla necessità e la volontà di conoscere che permea i miei versi, sono d’accordo. D’altronde nei miei 34 anni di vita ho sempre ricercato la conoscenza: di me, degli altri, di tutto ciò che mi circonda, attraverso la vita vissuta, i tanti libri, lo studio e l’esperienza. Credo che questo si percepisca dalle mie poesie, così come l’importanza che do ai sensi e alla percezione che ho di ciò che mi circonda, soprattutto della natura e delle pieghe della mia natura. Con una sicurezza: che vivere significhi godere e provare piacere in tutto ciò che si fa.

Di cosa c’è bisogno per fare poesia?

Penso a Montale: per fare poesia non serve essere laureati. Credo che affinché scaturisca poesia da una persona si debba avere esperienza della terra, dello sporcarsi le mani, del vivere la natura, persino dell’avere paura degli animali la notte. Io mi sono formata così, vivendo esperienze ancestrali. Forse ciò mi ha spinto anche verso un certo tipo di letteratura “forte”, come De Sade, Virginia Woolf, Joyce e altri. Oltre a questo, è importante l’esperienza familiare, che non è detto che debba essere buona per far scaturire la poesia, come dimostrano tanti grandi poeti nella storia. Per quanto mi riguarda, ho avuto la fortuna di avere una famiglia molto impegnata intellettualmente. Mio padre e mia madre, che erano rispettivamente operaio e impiegata, mi hanno sempre detto di fare quello che sentivo dentro e di pensare con la mia testa, oltre che di leggere. Nella mia famiglia, mio nonno scriveva poesie e pubblicò un libro di versi nel 1930, in una copisteria di Catania. Credo che vendette 35 copie. Altri due mie parenti si laurearono negli anni ‘30 a Catania, cosa molto rara all’epoca. La mia nonna studiava canto lirico. In breve, ho sempre respirato aria positiva.

Hai altre opere nel cassetto, magari in generi letterari diversi dalla poesia?

Sto ultimando il mio primo romanzo. Spero di poterlo vedere uscire tra poco tempo. Inoltre scrivo racconti, narrazioni brevi, fiabe. Un po’ di tutto. La mia necessità creativa si traduce in molti generi e linguaggi.

Qual è il tuo rapporto con la lettura?

Per me ogni libro è un mondo e un’avventura, una vita in più che vivo oltre alla mia. I libri sono tesori unici ed inestimabili. Ma la lettura non è sempre un’esperienza perfetta. Un lettore “vuoto” può interpretare male ciò che legge, a seconda della propria formazione familiare, della propria cultura e delle proprie esperienze. In mano ad alcune persone, la cultura, la lettura, l’arte, divengono un’arma pericolosissima. Ma c’è molta rabbia in questo momento, c’è molta frustrazione, cattiveria. Io l’ho vista anche in tanta gente che stimavo e che credevo amica.

Hai studiato e vissuto all’estero. Cosa pensi rappresenti, per un giovane che ha vissuto all’estero, vivere in Italia oggi? Cosa garantisce il nostro Paese ad un giovane?

Già dieci anni fa la credibilità del nostro Paese era compromessa. Ciò che ho visto altrove è una fiducia assolutamente diversa e assai maggiore nel mondo giovanile, la volontà di investire sui giovani che qui non c’è più ormai da tempo. In Italia non ci si indigna più, non ci sono quasi più le manifestazioni vere, quelle in strada, partecipate da molti, in cui si resta lì per farsi ascoltare senza pause né ripensamenti quando ciò per cui si protesta si sa essere giusto e sacrosanto. Oggi tanti giovani manifestano senza sapere per cosa; ciò che importa è marinare la scuola, andare al bar, passar bene qualche ora. Abbiamo creduto tutti di poter cambiare il mondo, ma poi è subentrata la sfiducia, il vedere che le cose non cambiavano. La scuola, ad esempio. Sicuramente, in questo momento, il Covid non ha aiutato né gli alunni né i professori, ma non è che prima la scuola funzionasse. E oggi non ti danno neanche più tempo di sbagliare. In nessun campo. Inoltre, l’Italia è un Paese in cui certi sistemi e modi di essere si sono incancreniti. E’ un Paese chiuso, per certi versi ammuffito, quasi opposto alla grandezza che rappresentava alcune centinaia di anni fa e che è un esempio di bellezza nel mondo. Se si fa un confronto concreto con l’estero, almeno nei luoghi che ho vissuto, posso dire che là c’è un diverso accesso al sapere, contributi governativi per lo studio e per frequentare i corsi – che spesso sono gratuiti -, un maggiore riconoscimento economico a parità di lavoro, una concreta parità fra uomini e donne, un’apertura molto più grande rispetto alla novità, all’originalità, al talento. Ecco, appunto: il talento, che mentre qui in Italia è spesso affossato e persino deriso, negli altri Paesi è supportato ed aiutato ad essere coltivato.

Le lingue e le esperienze ad esse legate. Cosa ci racconti?

Non sono più in una scuola, insegno inglese a domicilio ad alcuni bambini. Anche lo spagnolo, ma è meno richiesto. Sono stata in Spagna, a San Sebastián, nei Paesi Baschi, con il progetto Erasmus. Un posto speciale, per certi versi simile all’Irlanda. I baschi sono un popolo introverso, diversi dallo spagnolo medio, con un carattere estremamente forte. Sono stata un anno lì, un’esperienza bellissima. Le lingue le ho imparate da sola, girando, e ho ottenuto i certificati relativi. Lì a San Sebastián sono stata a contatto con gente di tutto il mondo, con cui abbiamo scambiato e condiviso esperienze come in una famiglia. Sono ancora in contatto con loro, in certi casi sono legami indissolubili. Inizialmente utilizzavamo tutti l’inglese come una sorta di lingua franca, ma con l’andare dei mesi parlavamo anche in spagnolo, o in francese o in altre lingue. E’ stato un anno accademico ottimo, con un bagaglio culturale irripetibile.

Gli intellettuali e il dibattito sociale e culturale in Italia: dove sono finiti?

Sono spariti. A loro oggi importa tantissimo dei soldi. Guardateli: hanno tutti l’Ufficio stampa, prima di muoversi in libertà devono mettere in moto gli ingranaggi delle macchine che si portano dietro. Anni fa non era così, ovviamente. Vi ricordate Pasolini, Soldati, Sciascia e altri? Adesso, se intervengono, è spesso per fare polemiche autoreferenziali o di nicchia. E’ così che vanno le cose: è la vita che imita l’arte, non viceversa.

Cosa pensi sia cambiato nei secoli nella natura umana espressa tramite la poesia e non?

In realtà non molto, con un’aggravante di questi nostri tempi: la tecnologia usata male. Soprattutto se pensiamo ai social network, che hanno veramente dato parola a tutti e spesso agli stupidi, purtroppo. Piazze virtuali in cui la tua faccia non si vede se non nella foto del profilo, e in cui non interagisci realmente con nessuno ma scambi pensieri, mai articolati e sedimentati, con quell’arma che la tastiera, di fatto, oggi rappresenta. E l’offesa sui social è diventata veramente una situazione ordinaria e quotidiana, un modo di scaricare le frustrazioni della vita vissuta e di essere considerati perché forse non lo siamo stati abbastanza. Come prima, anche oggi esistono i buoni sentimenti – anche se sempre meno -, e i sentimenti negativi propri dell’essere umano, acuiti da un mondo che mi pare ampiamente peggiorato rispetto a prima, in cui ciò che conta di più è il capitale, l’economia, i soldi. In cui qualsiasi cosa è merce ed ha un valore monetario. Persino i sentimenti.

Contempli spesso l’età bambina, sia nei confronti di te stessa che di tua figlia. Quale virtù si perde diventando “grandi”?

La capacità di stupirsi delle cose, di meravigliarsi, di sorprendersi. La sete di voler scoprire e conoscere il più possibile, l’emozione di una cosa nuova, il candore e quella meravigliosa ingenuità che ti porta a sognare. Ecco, negli adulti tutte queste cose vengono perse e accantonate. Quando lavori con i bambini piccoli, ad esempio, ti rendi conto di come il cervello di noi adulti abbia dimenticato come si impara. Per imparare devi sbagliare, ma non c’è più tempo né possibilità di sbagliare. Prova a sbagliare al lavoro, ad esempio, ti licenziano. Quindi ansia, depressione e altro. Senza errori non c’è crescita, anche nel mondo del lavoro. Un figlio ti riporta a gattonare, a toccare la terra, la sabbia, a scoprire. E a leggere per capire ciò che è, ciò che eri.

Per mia fortuna, la bambina che ho dentro è vivissima ed ha perso poco. E cerco, con tutto il mio amore e la mia volontà, di trasferire a mia figlia queste emozioni, questo modo di rapportarsi al mondo, agli altri, alle cose. E di farle capire che non lo dovrà mai perdere se vuole vivere e non solo sopravvivere.

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Alice ha già pubblicato una raccolta di poesie per CTL LIBECCIO dal titolo Sulla soglia della lontananza nell’anno 2020.

Della sua inedita raccolta poetica “La bambina che balla nel buio” ci ha concesso un’anteprima di lettura e abbiamo selezionato tre poesie per conoscerla meglio.

L’ARMATURA

Quando il giorno

di amarti

verrà

indosserò

il mio cuore come

un’armatura.

E anche se

t’amassi

non mi perderei.

SQUAME

dirti tutti io non posso

i molti nomi

di questo corpo

che così piccolo

tutte si porta

le mie anime dentro

come giganti calpitanti

se propongo di abitarlo, mi rifiuta

non si nutre

ci ripensa e mi rigetta

proprio quando c’è troppa luce

si rinchiude

come ad imitar la foglia di quella

pianta pudica, quando la sfiori

è la vergogna a fare troppo rumore

con la sua luce

con le sue parole

con la sua intenzione

non meno lieve il tempo di quando i ricordi li vivevo

ché come si facesse a sopravvivere in un corpo mica lo sapevo

nessuno mi ha insegnato

a regolare il sole sulle mie pupille stanche

a mitigare il calore per le mie

squame

di cristallo opalescenti

ero malata o lo sembravo

per una perla in una scatola di legno

che esista il mare

distante o in presenza

non fa alcuna differenza

AGAMENNONE

Sono tremila anni

che l’amore si fa

addio

sulle mura di Troia.

E poi si disfa

si uccide

si rincorre

si perde,

non ritorna.

Amareggiare,

a maltrattare

son buoni tutti.

Solo chi ama

veramente

non lo dice.

Raccoglie i resti

sparsi

nel letto

in cucina

sull’asciugamano.

Chi ama,

scrive.

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