PERCHE’ SI DICE “UCCELLO DEL MALAUGURIO?

Un modo di dire che racchiude millenni di storia

Ma sei proprio un uccello del malaugurio! E’ possibile che anziché “uccello” abbiate sentito dire – o magari abbiate detto voi stessi – uccellaccio. Ma perché si dice “uccello del malaugurio” e non, che so io, “scimmia del malaugurio”? Cosa avranno mai questi poveri uccelli di diverso dagli altri animali? C’è intanto da dire una cosa: non tutti gli uccelli si confanno a questo modo di dire, perché ce ne sono tanti innocui o persino di buon augurio. Il fatto è che, da millenni, gli uomini investono gli animali di poteri particolari e speciali. Attraverso gli uccelli, le loro fattezze, la loro voce e il loro volo, gli esseri umani sono sempre stati convinti di poter persino predire il futuro. Ad altri uccelli sono stati affibbiati poteri magici, oppure la capacità di avvertirci di eventi prossimi, sia benevoli che brutti. In realtà abbiamo sempre usato gli animali come specchio di noi stessi, attribuendo loro caratteristiche che in realtà sono nostre. Nonostante noi umani non abbiamo trattato sempre bene gli animali, abbiamo conferito loro il ruolo di messaggeri degli dèi o delle potenze sovrannaturali. Per noi sono spesso stati dei simboli da interpretare secondo la situazione, e spesso secondo la nostra convenienza.

Gli uccelli e l’origine delle parole augurio,auspicio e augùri

Nell’arte antica della divinazione, ossia nel prevedere il futuro, gli uccelli rivestono un’importanza enorme. Tanto che la parola augurio, che deriva dal latino augurium, indica il presagio che gli umani traggono proprio dal comportamento degli uccelli. Gli àuguri erano dei sacerdoti dell’antica Roma deputati alla predizione del futuro attraverso il volo degli uccelli, che decideva le sorti del popolo intero sia nelle questioni politiche che nelle campagne militari. Romolo e Remo attesero il passaggio dei volatili per decidere chi dei due dovesse regnare su Roma. I Romani avevano appreso dagli Etruschi l’arte divinatoria basata sul volo degli uccelli.

Ecco svelata l’origine della nostra espressione Augùri!, che diciamo ad esempio a chi compie gli anni.

Quando facciamo un augurio a qualcuno formuliamo un auspicio; e pensate che anche la parola auspicio deriva da avis (uccello) e specio (osservo), e significa osservazione del volo degli uccelli.

Attualmente l’arte divinatoria basata sugli animali è considerata una superstizione, ossia una credenza irrazionale, non fondata su dati verificabili. Ma nell’antichità e in grandi civiltà come quelle degli Etruschi, dei Greci, degli Egizi, dei Romani e dei Babilonesi (tanto per citarne alcune) la divinazione e la religione erano inscindibili, tanto che il pensiero di quelle civiltà è definito magico-religioso.

Succede che quando gli uomini non riescono a comprendere la realtà, reagiscono cercando di interpretare i misteri di ciò che si presenta ai loro occhi, spesso utilizzando gli animali o in genere gli elementi naturali come intermediari del volere di un Dio o degli dèi. In pratica, vogliono interpretare il futuro e capire la realtà dando significato a ciò che è oscuro, in cerca di una sicurezza e di speranze. E gli uccelli hanno qualcosa che gli uomini non hanno e che vorrebbero avere da sempre: le ali per volare.

L’oionistica o ornitomanzia: la divinazione attraverso gli uccelli

Nell’antica Grecia e a Roma (e in precedenza nel popolo etrusco) la pratica divinatoria più comune era rappresentata dall’oionistica o ornitomanzia, ossia l’interpretazione del volo e del canto degli uccelli. Per poterne trarre auspici, o in breve predire il futuro, era importante osservare la direzione del volo, il verso, il canto, il modo di mangiare e altri particolari.

A Roma, erano chiamate auguria le divinazioni basate sugli uccelli, che avevano luogo prima di ogni importante evento pubblico, come ad esempio le elezioni. Gli augures erano un gruppo di sedici indovini che praticavano l’ornitomanzia e senza il cui responso nessuna decisione, sia politica che militare, poteva essere presa. Gli augures agivano con un bastone ricurvo chiamato lituus, con il quale indicavano una porzione di cielo (templum) in cui osservare i segni premonitori del volo. Poi recitavano preghiere e formule rituali, seguiti dal silenzio in attesa del segno divino. All’arrivo degli uccelli, interpretavano i dettagli di ciò che avevano visto e formulavano l’auspicio appreso, che poteva essere buono o cattivo.

Il canto degli uccelli e le profezie

Fin dai tempi antichi e in varie civiltà, al canto degli uccelli si dà un potere profetico. E’ il caso, ad esempio, del cuculo. In molte regioni italiane si credeva che il canto e il verso di quest’uccello potessero dare delle risposte alle nostre domande. Come? Ad esempio, al porgli un quesito, se il cuculo con un verso, significa una cosa; se ne faceva due un’altra cosa e così via. La prima volta che il cuculo cantava in primavera, le persone dovevano immediatamente contare le monete che avevano in tasca per poterle moltiplicare durante tutto l’anno, altrimenti non si sarebbe guadagnato niente. Per i Romani, il persistente gracchiare della cornacchia era di cattivo auspicio. La gazza, l’uccello ritenuto più loquace, era simbolo di presunzione e chiacchiera e per questo assai mal visto dai Greci.

Gli uccelli del malaugurio: gufi, corvi, cornacchie, civette

Anticamente si credeva che se una civetta emetteva il suo verso vicino ad una casa, lo faceva per avvertire della morte prossima di uno degli abitanti di quell’abitazione. Stessa cosa se volava sul tetto di una casa, e se volando sopra il tetto tracciava una croce in corrispondenza del letto di uno degli abitanti della casa stessa.

In Friuli, se una civetta si fermava davanti ad una finestra ed emetteva per tre volte il suo verso, pronosticava la morte di una persona del vicinato entro un anno. E’ così antica la brutta fama della civetta, che persino i nomi che ha in lacune lingue riflettono questo suo triste destino. Nei paesi germanici, ad esempio, la civetta è chiamata leich (cadavere), leichenhuhn (gallina dei cadaveri), lichvogel (uccello dei cadaveri), totenvogel (uccello dei morti), komittchen (vieni con me), klag (lamento). Il suo verso e il suo canto sono stati definiti sempre “pianto”, “grido lugubre”, “lugubre ululato”.

Più o meno le stesse caratteristiche ha il gufo. Civetta e gufo rappresentano per noi umani le forze oscure della notte, ossia il mistero e il buio in cui viene deciso il destino degli uomini.Animali misteriosi. Lo storico di circa duemila anni fa Plinio il Vecchio descriveva il gufo come un uccello che abita in luoghi deserti e non soltanto desolati, ma anche terrificanti e inaccessibili. Con il suo “gemito” notturno, il gufo comunicava agli uomini dei cattivi presagi.

Di stessa pessima fama gode anche il barbagianni.

Anche i corvi erano uccelli del malaugurio. Sempre Plinio il Vecchio diceva dei corvi che il pronostico è pessimo quando singhiozzano con la voce strozzata. In alcune zone della Svizzera, il nome che si dà al corvo è quello di galgenvogel (uccello della forca, ossia del diavolo). Tuttavia, tra i Celti, il corvo era sacro, così come tra gli Scandinavi (Odino ha sulle sue spalle due corvi, Huginn e Muninn, ovvero il Pensiero e la Memoria). Doti profetiche gli furono attribuite in Grecia: sognare un corvo avvertiva di un tradimento imminente.

In Italia e in altri luoghi europei, il corvo porta sfortuna quando qualcuno parte per un viaggio, oppure il primo giorno di nozze o dell’anno.

Analoghe credenze si riscontrano in molti Paesi per quanto concerne la cornacchia.

Lodolai, pipistrelli, galli, galline

Il lodolaio, che è una specie di falco bianco e nero, era ritenuto messaggero di morte se cantava di notte. Il pipistrello era considerato in alcuni luoghi un “uccello del diavolo”, che portava sfortuna se entrava in una stanza. Se una gallina cantava come un gallo e c’era un ammalato in casa, significava che questi sarebbe morto. Se cantava di notte facendo il verso del gallo, ciò era di malaugurio per il padrone. Se un gallo, all’imbrunire, si fermava a cantare davanti alla porta di una casa, significava che qualcuno in quella famiglia sarebbe morto. Il gallo nelle tradizioni popolari, specialmente europee, era malvisto dalle streghe e dai demoni. L’osservazione dell’appetito dei galli era nell’antica Roma una forma di auspicio tra le più importanti, chiamata alettriomanzia (dal greco alector, ossia gallo). Secondo i Romani, il gallo era l’unico uccello che guardava spesso il cielo ed era ritenuto un esperto conoscitore delle costellazioni. Alla vigilia di ogni importante evento, attraverso l’alettriomanzia, il popolo romano decideva il da farsi.

Rondine, usignolo, colomba: loro portano bene!

Ma fra tanti uccelli e uccellacci del malaugurio, ce ne saranno alcuni che portano bene, che sono di buon augurio? Ebbene sì. Si tratta della rondine, dell’usignolo e della colomba.

La rondine è simbolo di nuova vita e di resurrezione, mentre gli usignoli rendono fortunate le case dove scelgono di nidificare.

La colomba rappresenta lo Spirito Santo, la pace e il perdono. Nessuno stregone e nessun mago può trasformarsi in colomba. Ma se qualche mago ci facesse apparire durante l’anno una Colomba pasquale, anche se non fosse Pasqua, male non sarebbe…

FONTI:

R. Marchesini e S. Tonutti, Animali magici. Storia, tradizioni e interpretazioni

J. G. Frazer, Il ramo d’oro

G. Sechi Mestica, Dizionario universale di mitologia

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